In che modo è possibile leggere e interpretare in maniera adeguata i bisogni del territori?
Attraverso quali strumenti organizzativi questa attività può essere sostenuta?
Per “leggere” in modo adeguato i bisogni del territorio e orientare l’individuazione delle risposte più appropriate, è necessario che gli enti del Terzo Settore (Ets) si dotino di sistemi strutturati di raccolta, classificazione e analisi dei dati, capaci di sostenere non solo l’operatività corrente, ma anche processi decisionali consapevoli e, ove necessario, innovativi e sperimentali.
La lettura dei bisogni non può basarsi su rilevazioni occasionali o su percezioni informali, ma richiede una raccolta costante e sistematica di informazioni, accompagnata da metodologie di analisi quantitative e qualitative. Solo l’integrazione di queste due dimensioni consente di trasformare i dati in orientamenti operativi utili, sia nella programmazione delle attività sia nei processi di co-programmazione con la Pubblica Amministrazione.
Un nodo rilevante riguarda il livello ottimale di raccolta e analisi dei dati. Se da un lato il livello “micro” (quartiere, comune, singoli contesti di intervento) permette di intercettare i bisogni concreti e quotidiani delle persone e delle comunità, dall’altro il livello “macro” (ambiti territoriali sociali, zone/distretto, livello regionale) appare più adeguato per sostenere investimenti strutturali in competenze, tecnologie e sistemi informativi. Considerata la limitata capacità di investimento dei singoli Ets, risulta inevitabile che tali sistemi vengano sviluppati e sostenuti a livelli sovra-organizzativi, favorendo letture integrate e comparabili dei bisogni.
E’ opportuno ricordare che ogni organizzazione già produce dati attraverso attività di registrazione, monitoraggio e rendicontazione. Il primo passo consiste, quindi, nel comprendere cosa questi dati effettivamente “raccontano”.
Nella maggior parte dei casi emergono con immediatezza informazioni di tipo quantitativo, legate alla dimensione misurabile dell’azione associativa. Molto più raramente, invece, i sistemi informativi includono indicatori qualitativi, e ancor meno spesso si trovano strumenti organizzativi capaci di esplicitare in modo strutturato il significato della qualità dell’azione svolta.
Limitarsi alla sola quantità rischia però di svuotare di senso l’agire associativo, orientando le scelte organizzative unicamente verso un “fare di più”, anziché verso un “fare meglio” e in coerenza con la missione. Per questo, interrogarsi su quali dati qualitativi sia possibile raccogliere ordinariamente – in grado di misurare il grado di realizzazione, o almeno di avvicinamento, agli obiettivi di missione – rappresenta una vera e propria palestra di cambiamento organizzativo.
In questa prospettiva si colloca anche il bilancio sociale, che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe costituire uno strumento di sintesi e di rendicontazione capace di restituire non solo ciò che l’ente fa, ma anche il valore e la qualità dell’azione svolta, contribuendo così a una lettura più consapevole dei bisogni e degli effetti generati sul territorio.

