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246 le Ong in Italia, riunite in 6 coordinamenti. Il 50% ha budget inferiori a 500mila euro

Proprio in questi giorni il Consiglio dei Ministri ha approvato la riforma del sistema di cooperazione internazionale. Una riforma che si attendeva da 20 anni e che introduce importanti novità: la creazione di un’Agenzia nazionale e di un coordinamento interministeriale, il cambio di nome del Ministero degli esteri che diverrà Ministero per gli Affari esteri e la cooperazione allo sviluppo.

Ma non solo. La riforma apre ad altri soggetti, come enti locali, regioni, università, fondazioni bancarie e aziende che si ispirano alla Corporate social responsabilty (Csr). E, sebbene tutti concordino sulla necessità di una sinergia tra profit e volontariato, quest’apertura al profit e la mancanza di un Fondo Unico che unifichi tutte le risorse della cooperazione hanno sollevato perplessità e il timore di una “privatizzazione dello sviluppo” (leggi le dichiarazioni di alcune Ong su Redattore sociale).

Inoltre la recente Legge di Stabilità ha previsto uno stanziamento triennale di 9 milioni di euro per i Corpi civili di pace e l’invio di almeno 500 giovani volontari in azioni non-governative di pace. Una buona notizia anche perché va a valorizzare nuove forme di volontariato e solidarietà internazionale che, sopratutto in tempi di crisi, potrebbero rappresentare un’importante opportunità per Ong e associazioni. Oltre ai corpi civili di pace, pensiamo, infatti, al servizio civile internazionale, al servizio volontario europeo, ai campi di volontariato, al turismo responsabile.

In Italia si contano circa 246 Ong (registrate presso il Ministero degli Esteri), raccolte in almeno 6 diverse reti, federazioni o coordinamenti, un universo molto variegato fatto di grandi e piccole associazioni. Il 50% ha budget inferiori a 500mila euro e strutture organizzative molto diversificate (vedi “Ong: uno sguardo in Italia”), come mostra anche il caso toscano preso in esame dalla ricerca “Volontariato senza frontiere”, promossa da Cesvot e realizzata da Fabio Berti e Lorenzo Nasi dell’Università di Siena.

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In Toscana, infatti, il 42% dei soggetti che si occupano di cooperazione allo sviluppo sono organizzazioni del terzo settore e per il 28% enti pubblici (dati Scuola Superiore S.Anna – Regione Toscana). All’interno del terzo settore ben l’83% è rappresentato da Onlus. Le associazioni di volontariato toscane che svolgono attività di solidarietà internazionale sono circa 200 (banca dati Cesvot) e ben 150 hanno partecipato all’indagine Cesvot.

Dalla ricerca emerge un interessante identikit: sono organizzazioni con una un’età media di 11 anni, prevalentamente di piccole dimensioni e indipendenti che, per il 69% dei casi, nascono per iniziativa di gruppi di cittadini. Tre i principali ambiti di intervento: educazione, sanità e sociale. L’agricoltura coinvolge un terzo delle realtà intervistate, così come il settore della cultura. Nella maggioranza dei casi i beneficiari dei progetti sono i bambini e le popolazioni rurali. L’Africa è il primo continente a cui si rivolgono gli aiuti, seguita dall’America latina.

Come sottolineano Fabio Berti e Lorenzo Nasi, la ricerca evidenzia come le associazioni di volontariato impegnate nella cooperazione internazionale siano “una realtà ancora frammentata e per certi versi ‘isolata’, che spesso agisce in una logica di concorrenza, ma in cuila dimensione volontaristica rimane l’ingrediente principale. Un universo che ha bisogno di fare sistema e di coordinarsi per acquistare forza a partire da scelte condivise.

Quanto emerso dalla ricerca ha sollecitato Cesvot ad avviare un progetto con Arci Toscana di orientamento e consulenza alle piccole associazioni di volontariato internazionale (leggi intervista a Claudio Machetti) e a sostenere negli anni ben 61 corsi di formazione, 20 progetti di intervento e 35 iniziative di informazione e promozione sul territorio regionale.

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