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Perchè gli anziani non sono solo un costo

Cos'è salute nelle età della vita? La risposta non è la stessa se parliamo di un nipote o di un nonno. Da molti anni l'Oms ci ha abituato a parlare di salute nello stesso modo per tutti, come se fosse uno standard a cui uniformarsi. Da poco si cerca di guardare più da vicino la realtà (Machteld H. e altri, 2011, How should we define health?, in BMJ, 343: d4163). Si dice ad esempio che l’aumentodellemalattiecroniche non necessariamente comporta una perdita di salute complessiva. Richiede piuttosto una maggiore attenzione alle capacità di adattamento, di autogestione, che ogni persona può mettere in gioco.

Ma il modo tradizionale di pensare ci parla delle persone anziane come di un problema, un danno per l'economia, un costo per la società. È proprio così? Gran parte delle persone anziane vive con la salute della propria età, è autosufficiente, aiuta figli e nipoti, dedica molto tempo al volontariato, è seconda nei consumi solo alla generazione 51-65 anni, ha un peso rilevante nelle dinamiche economiche. Solo il 5% degli ultra65cinquenni ha problemi di non autosufficienza e bisogna aspettare gli 80 per tassi del 30%. La capacità di spesa delle persone ultra65enni è di circa il 20% del valore complessivo dei consumi equivalenti, cioè 135-140 miliardi di euro all'anno, secondo la Banca d'Italia.

Dove ci può portare il terrorismo psicologico che descrive i vecchi come un problema, un costo, sanitario e sociale, un ostacolo per un futuro basato sulla solidarietà tra generazioni? La spesa pubblica per assistenza di lungo periodo alle persone non autosufficienti (long term care) corrisponde all’1,7% del Pil, circa 27 miliardi di euro (Ministero dell’Economia e delle Finanze, 2010). Si compone principalmente di due voci: i servizi per assistenza sanitaria (0,84% del Pil) e i trasferimenti monetari per indennità di accompagnamento (0,72% del Pil).

Le proiezioni indicano, da qui al 2060, una maggiore spesa equivalente per servizi sanitari e per indennità di accompagnamento pari a un altro 1,5% del Pil, circa 23 miliardi, ma da qui a 50 anni. Non è un problema insuperabile. Ci prefigura le possibilità riconvertire spese assistenziali non necessarie e, soprattutto, di investire in occupazione di welfare per i giovani interessati a operare professionalmente in questo settore.

orti_socialiDobbiamo però liberarci da un'idea di salute che chiede ad ogni persona di adeguarsi a standarddisalutenormale, definita con parametri senza età, sfruttati dalle case farmaceutiche per vendere interventi, farmaci e screening non necessari. Nelle età della vita le perdite sono fisiologiche, come pure l'acquisizione di nuove capacità, che i vecchi possono mettere a disposizione dei giovani.

Ce lo suggeriscono i risultati di una riflessione scientifica che si va allargando. Non nega quanto di buono è stato possibile ottenere con la visione della “salute per tutti”, ma tenendo conto delle diverse normalità, che nascono dal convivere attivamente con i propri problemi, trovando soluzioni per gestirli in modo solidale.

Per questo l’attenzione va meglio orientata sulle potenzialità e le capacità, non soltanto sui danni. Lo dicono anche le persone che convivono con patologie croniche, senza vivere da ammalate. In questo modo prefigurano nuovi modi di vivere la salute in ogni età, con un maggiore impegno nel prendersi cura di sé e di tutti.

Tiziano Vecchiato è direttore della Fondazione Zancan e presidente dell'associazione scientifica Piaci - Per l'Invecchiamento Attivo e le Cure Integrate.


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