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Intervista a Pietro Barbieri, portavoce del Forum Terzo Settore

Nel gennaio 2013 al momento della sua elezione a portavoce del Forum del Terzo Settore, ha molto insistito sulla necessità di costruire una maggiore coesione, collegialità e legittimazione del Forum. A che punto siamo a distanza di un anno?

In un anno il Forum ha costruito un lavoro importante di coesione interna e di interlocuzione esterna. Abbiamo innanzitutto cercato di lavorare sulla questione della rappresentanza partendo dai temi sui quali da sempre opera il terzo settore e tra questi centrale è il tema delle povertà. Ci siamo poi concentrati sugli strumenti a disposizione del terzo settore, come la fiscalità di vantaggio. Ad oggi abbiamo quindi aperto 23 luoghi di confronto in cui le associazioni aderenti al Forum discutono e si confrontano. Non mi risulta sia mai accaduto prima. Un esempio è il rilancio dell'attività in ambito internazionale, in special modo in ambito europeo costruendo assieme a Concord Italia la campagna per le elezioni europee “The Europe We Want”.
Credo che l'aspetto più importante del lavoro di questo anno sia stato appunto la creazione di spazi di confronto e partecipazione attraverso cui le associazioni del Forum possano discutere e ritrovarsi su valori comuni senza trincerarsi sulle identità ma per arrivare a 'fare' insieme. Questo lavoro di 'metodo' credo sia assolutamente necessario perché, anche rispetto al modo della politica, sono finiti i tempi dei confronti dentro la Sala Verde di Palazzo Chigi tra parti sociali e governo. Sono ormai delle 'liturgie' dal senso molto molto limitato, mentre la vera sfida è sul merito delle questioni, su come si cambia il Paese, come lo si migliora, come si crea sviluppo sostenibile per tutta la comunità. E il terzo settore vuole stare dentro questa discussione perché ha molte cose da dire. Con il governo noi vogliamo un confronto aperto, leale, tra pari e soprattutto su questioni concrete, prima fra tutte: come affrontiamo la povertà e le disuguaglianze? Su questo tutto il terzo settore e in particolare chi si occupa da sempre di questi temi ha qualcosa di importante da dire che merita attenzione... Il terzo settore produce ogni giorno risposte innovative non solo rispetto alla povertà ma ad una maggiore inclusione sociale che è poi la vera risposta alla povertà.

Per anni in Italia il terzo settore ha lamentato una crisi della rappresentanza e la mancanza di una politica efficace. Oggi però abbiamo una presenza senza precedenti di esponenti del terzo settore in parlamento e al governo e un premier che dialoga apertamente con questo mondo, come è successo al Festival del Volontariato di Lucca. Dunque le cose stanno cambiando?

È evidente che stiamo vivendo una congiunzione storica straordinaria. Il fatto che ci siano numerosi esponenti del terzo settore tra i banchi del parlamento e anche del governo rappresenta certamente un'occasione imperdibile non solo per fare riforme importanti su fiscalità e impresa sociale ad esempio, ma anche per aprire nuovi spazi di confronto dove si possa pensare a come costruire un Paese migliore e mettere in campo nuove strategie su temi, e mi ripeto, centrali come la lotta alla povertà rispetto alla quale il terzo settore già produce importanti interventi sull'emergenzialità e sull'inclusione sociale. La sfida che abbiamo di fronte è più ampia di una legge delega sulla fiscalità che pure è importante e va realizzata. Che ci facciamo di questa o quella riforma normativa se non ripensiamo il nostro sistema di welfare o se i fondi sociali nazionali terminano con l'anno in corso?

Secondo alcuni questa ‘inedita’ attenzione della politica al terzo settore è il segno della profonda crisi che stanno vivendo partiti e istituzioni, più che il risultato della capacità del non profit di fare lobbying. Lei che ne pensa?

Confesso che, al di là degli studi su questo tema pure importanti e significativi, quello di lobbying è un termine con il quale ho delle difficoltà a confrontarmi per la semplice ragione che mi rimanda all'atrio del Congresso americano e non credo che quello sia il luogo del terzo settore, dove cioè il terzo settore possa davvero rappresentare non solo i propri interessi ma quelli di milioni di cittadini... Il punto secondo me è un altro: il terzo settore ha bisogno di una rappresentanza di interessi o di una condivisione di spazi? Interesse del terzo settore non è tanto, a mio parere, ottenere solo una fiscalità agevolata ma piuttosto quello di essere riconosciuto come attore sociale, come portatore di bisogni che interessano tutta la comunità e non solo se stesso. Forse qualcuno ci vorrebbe solo su quel terreno e noi comunque ci saremo, daremo battaglia anche lì ma sapendo che la vera sfida del cambiamento è altrove. Il nostro non è e non deve essere percepito come un interesse di parte, perché non curiamo gli interessi solo di imprese o di lavoratori ma soprattutto dei cittadini, e nella fattispecie di quanti sono colpiti da diseguaglianze e discriminazioni.
Siamo società civile organizzata che non deve rappresentare solo i propri interessi ma rappresentare in modo sempre più capace e consapevole gli interessi dei cittadini, in particolare quelli a maggiore rischio di marginalità sociale. Tra l'altro garantire la rappresentanza delle marginalità sociali, di chi è discriminato significa garantire le minoranze e quindi la democrazia di un Paese. È comunque innegabile che esista una crisi delle forme della rappresentanza del lavoro come dell'impresa, non solo della politica. Il non profit, seppure abbia conosciuto frammentazioni al suo interno, è più consapevole e forte di quanto si creda... Penso, ad esempio, al tema della trasparenza sul quale anche il premier ci ha richiamati. È un tema importante e mi domando quanto si è fatto e si vuole fare per dare, ad esempio, riconoscimento ai quei processi di trasparenza intrapresi da alcune organizzazioni come per le cooperative sociali o per quei soggetti che da tempo fanno bilanci sociali?
Altre organizzazioni vorrebbero o potrebbero intraprendere processi simili ma non hanno punti di riferimento normativi e nemmeno consulenziali. Anche sotto quest'aspetto, sarebbe utile quindi rilanciare un'Agenzia per il terzo settore ma non ritengo sia sufficiente: occorre un organismo indipendente come quello inglese della Charity Commission. Insomma anche in questo caso la sfida è più ampia...

Cinque per mille, fiscalità, impresa sociale, servizio civile, cooperazione internazionale tante le questioni su cui il Governo si è impegnato ad intervenire. Quanto, a suo avviso, il terzo settore di tutto questo riuscirà a “portare a casa”?

A mio avviso, quello più a rischio è il servizio civile per il quale servono risorse ingenti. La situazione attuale è penosa. È ormai a rischio l'esistenza stessa di un servizio civile nazionale. I contingenti previsti sono composti di numeri irrisori, e noi su questo siamo pronti a dare battaglia perché c'è bisogno innanzitutto di aumentare i posti ed evitare il rischio che le Regioni trasformino il servizio civile in un presidio lavoristico. È certamente vero che il servizio civile crea competenze spendibili anche nel mercato del lavoro ma dobbiamo sempre ricordare che il suo fondamento è la difesa non armata della patria... Rispetto alle altre questioni, credo ci siano una serie di condizioni che ci fanno essere ottimisti, anche se ovviamente è sempre bene essere cauti. In particolare noi seguiamo con molta attenzione la legge delega sul fisco perché andrà ad intervenire su una questione centrale, cosa è commerciale per il non profit e cosa non lo è, e non vogliamo correre il rischio di acquisire da un parte e perdere dall'altra...

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