Nonostante le battaglie, le lotte per una moratoria sulle parole da libro nero, nonostante nel tempo alcune di queste parole abbiano perso un po' il loro significato offensivo, evidentemente c’è ancora molta strada da fare.
Questa è probabilmente la più amara considerazione sul film (bellissimo) del Coordown che, dopo anni di campagne modernità ed innovazione nell’inclusione di ragazzi e degli adulti con sindrome di Down, è costretto a tornare a combattere l’uso della parola mongoloide.
Mongoloide e mongolo, spastico, demente, down, handicappato, alcolizzato, drogato, pazzoide o pazzo, ma anche negro, extracomunitario (ma oggi anche risorsa), fino all’identitario terrone. Sono ancora termini usati in modo spregiativo, dei virus che (come il vaiolo) si sperava fossero debellati.
Complice la deriva semplificatoria dei social, che sdogana e fa riemergere substrati culturali in cui evidentemente queste parole sono ancora troppo presenti, esse riaffiorano proprio perché i social azzerano gli anticorpi, inquinano il vocabolario di tutti, riportano indietro l’orologio della storia.
Lo stigma (dal greco στίγμα) sui dizionari ha come primo significato quello di “marchio, impronta, carattere distintivo”. Solo successivamente, in psicologia sociale, è diventato attribuzione di qualità negative a una persona o a un gruppo di persone, soprattutto rivolta alla loro condizione sociale e reputazione.
In determinati tempi e contesti, alcune parole si trasmutano diventando sinonimo di qualcosa d’altro, parole anacronistiche (come appunto mongoloide, che negli anni 50 era perfino una definizione medica) per circoscivere, segnalare, un difetto, ferire, discriminare, isolare, ghettizzare allontanare, rifiutare… appunto, per stigmatizzare.
Eppure stigma non è necessariamente una parola negativa: pensiamo per esempio alle stimmate di Padre Pio, a quelle evangeliche, ed al significato simbolico di queste impronte nella cultura collettiva. Pensiamo alla pubblicità, in cui il marchio è il soggetto più importante per un’azienda ed i suoi clienti, pensiamo al brand come uno stigma, che riverbera di contenuti positivi chi lo maneggia, lo indossa, lo mangia, lo utilizza. Se ci pensiamo, di stigmi siamo circondati: ogni logo è uno stigma, ogni marca più o meno famosa, palette di colori, taglio di vestiti e di capelli, moda e modello.
Nelle società di ogni tempo gli stigmi (siano essi positivi o negativi) sono usati per semplificare il giudizio, per sintetizzare un pensiero, per accordare un sentire e farlo diventare comune alla visione più o meno negativa (o positiva) di una condizione sociale. Lo stigma (detto anche appellativo) è però anche la versione più veloce di un meccanismo di allontanamento da sè, di distanziamento di una condizione temuta… lo stigma è il risultato di una paura,
Questa dichiarazione di un rifiuto viene percepita anche dal rifiutato, che non può viverla come una paura dell’altro ma come un giudizio su di sé, come un’onta, un marchio (potremmo dire un brand) negativo, sentendosi appunto stigmatizzato.
Come si combatte lo stigma? Con una igiene personale e collettiva del vocabolario, correggendo quotidianamente e senza sosta chi usa parole nere, facendoli riflettere sulla violenza di una cosa così apparentemente innocua come una parola, un epiteto che può offendere quasi senza volerlo, solo per incuria o per paura.
Ognuno può fare qualcosa, e se ognuno farà qualcosa, pian piano il virus (pardon, lo stigma) verrà debellato, e le parole che si useranno saranno solo parole belle, giuste ed opportune.
Alla prossima, e fate pubblicità.

