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L'appello del presidente di Legambiente Toscana

Nella prospettiva storica, uno degli effetti del boom economico che ha investito il Belpaese tra gli anni ’60 e ’80, è stato senza dubbio la sottovalutazione della “questione ambientale”. Il sacco urbanistico prima, le città “da bere” poi, ci hanno condotti sull’orlo del baratro. Allo scenario contemporaneo.

Dove le incerte categorie della civiltà dei consumi non hanno dato prova, finora, di maggiore sensibilità verso il territorio, rispetto al passato. Anzi: potremmo persino addebitare più colpe alla società odierna di quante non ne riconosciamo alla società industriale fordista. Che, quanto meno, rispondeva ad una logica espansiva, anche demografica e sociale.

Oggi c’è solo il vuoto pneumatico della speculazione immobiliare e della rendita turistica. Tanti capannoni, tante seconde case, tante strade, immense metropoli di pianura, concepite rigorosamente a misura d’auto. Un’incredibile aggressione alle nostre coste e ai nostri fiumi, letteralmente invasi dal cemento. Insomma, a dirla tutta: una vera catastrofe per il nostro territorio!

Eppure, anche in mezzo a tante brutture, morali prim’ancora che estetiche, qualche segnale di speranza s’è andato affermando. Nell’immaginario collettivo, s’è fatta strada una crescente domanda di qualità della vita. Cresce cioè, la domanda di un ambiente più sano e pulito e, con essa, la domanda di paesaggio. Ossia il desiderio di quella indicibile qualità delle relazioni immateriali che ogni abitante vorrebbe intessere col proprio luogo di vita.

La crisi economica, sociale e politica che l’Italia sta vivendo in questo primo scorcio di secolo, paradossalmente, ci offre un’opportunità. Quella di un nuovo inizio. Che deve basarsi su un altro paradigma di sviluppo, più equo, più sostenibile, più duraturo. Non si tratta, in altri termini, di postulare improbabili società della decrescita, ma di tratteggiare una riconversione ecologica dell’economia che realizzi l’unica grande opera pubblica di cui il nostro Paese ha bisogno: la ricucitura degli “strappi territoriali” prodotti dalla modernità.

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Non possiamo, infatti, dimenticare che l’Italia è anche (e la Toscana non sfugge alla regola) il Paese delle catastrofi “naturali” (o presunte tali, dal momento che il concorso delle responsabilità antropiche si è poi sempre rivelato determinante). L’alluvione del 25 ottobre, che ha martoriato la Lunigiana e lo Spezzino, ne è solo l’ultima prova.

Imperizia nella gestione degli alvei, cementificazione selvaggia, pianificazioni urbane poco rispettose dei coefficienti di rischio idraulico. Se aggiungiamo che eventi climatici come quelli del 25 ottobre scorso, non sono più fenomeni eccezionali, ma calamità con le quali dovremo imparare a convivere, non ci rimane che ammettere che è tempo d’intervenire.

Demolendo e delocalizzando gli edifici posti in alveo, monitorando severamente le aree più a rischio, ma soprattutto creando una vera, diffusa, capillare cultura della prevenzione. Solo così la difesa del suolo nel nostro Paese si affrancherà dalla mera e burocratica gestione dell’emergenza. Non rimane che rimboccarci le maniche. Buon lavoro, Italia! Buon lavoro Toscana!

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