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L'esperienza dell'Associazione Italiana Persone Down di Pisa. Intervista a Daniele Tolomei

Cominciamo con quale informazione sull’associazione. Quando nasce Aipd Pisa, come siete organizzati, che tipo di servizi offrite?

L’Associazione nasce nel 1988 dall’idea di cinque famiglie di bambini e ragazzi con sindrome di Down desiderosi di scambiarsi esperienze, consigli e di condividere le problematiche legate alla nascita di un figlio con sindrome di Down (SD). Ben presto l’Associazione istituisce il primo percorso di Educazione all’Autonomia per adolescenti con SD. Da lì, negli anni, si sviluppano una serie di percorsi educativi rivolti a tutte le fasce d’età. Oggi l’Associazione offre sei percorsi di educazione all’autonomia; i fine settimana di “Casa Nostra, un appartamento in centro a Pisa; le vacanze estive in varie parti d’Italia. E poi il Centro di Ascolto, l’osservatorio scolastico, lo sportello di assistenza sociale e di primo orientamento alla rete dei servizi pubblici esistenti che rimangono comunque il nostro punto di riferimento. L’Associazione è gestita da Consiglio Direttivo composto da genitori e familiari e si avvale di una equipe di 8 professionisti del settore psicopedagogico e sociale. Oggi contiamo circa 100 soci e siamo una delle 45 sezioni dell'Associazione Italiana Persone Down.

Puoi spiegarci meglio cosa sono i “percorsi all’autonomia”?

Con i nostri percorsi di educazione all’autonomia ci poniamo l’obiettivo di raggiungere alcune competenze, riconoscere e favorire il cambiamento dalla condizione di bambino a quella di adolescente e di adulto. La filosofia dell’intervento è quella di rivolgersi ai partecipanti come a dei giovani adulti, evitando quindi tutti gli atteggiamenti “infantilizzanti” spesso messi in atto, anche inconsapevolmente, nei confronti dei giovani con Sindrome di Down. Coerentemente con questo, il percorso prevede l’assunzione di responsabilità in prima persona nell’organizzazione delle attività, con un atteggiamento da parte degli educatori e dei volontari finalizzato a stimolare le autonomie possibili per ciascun soggetto, in un contesto motivante ma non protettivo. L’acquisizione di capacità organizzative, decisionali, di gestione di sé e il conseguente aumento di autostima favoriranno l’inserimento sociale e lavorativo. Elemento chiave di validazione di tutto il percorso è il rapporto con i genitori. Con essi, primi indiscussi conoscitori dei figli, si può e si deve costruire un rapporto di reciproca collaborazione e condivisione. Nello specifico, le attività che proponiamo per lo sviluppo delle autonomie sono: Gioco e Imparo, Club dei Ragazzi, Agenzia del Tempo Libero, Cosa fai venerdì sera?, Progetto Coppie. E’ in fase di avvio un ambizioso percorso di Residenzialità che coinvolgerà 8 giovani adulti con SD che porterà concretamente 4 ragazzi, a fine percorso, a vivere da soli con il supporto di un operatore ma di questo vi racconteremo meglio più avanti!

Il 14 novembre è ripartito su Rai 3 “Hotel 6 stelle”, il reality che ha reso famosa la vostra associazione e ha portato il tema del lavoro delle persone con disabilità all’attenzione di tutti. Ma quanto c’è di ‘reale’ in quella trasmissione?

“Hotel 6 stelle” riesce bene e concretamente a sostenere quanto di più vero c’è nell’essenza dei nostri progetti, ma soprattutto mostra come sia possibile e reale l’integrazione sociale e lavorativa delle persone con Sindrome di Down. Siamo orgogliosi di vedere raccontato in tv quel percorso che tutti i giorni portiamo avanti con i ragazzi. Hotel 6 stelle mostra una realtà ben poco edulcorata: le fatiche delle conquiste sono ben evidenziate a fianco delle soddisfazioni del successo personale piccolo o grande che sia. La motivazione e il desiderio di avere un proprio ruolo nella società creano risultati non da poco. E c’è poi un altro aspetto: la progettualità. Ogni nostra azione è progettata e valutata. L’inserimento lavorativo delle persone con SD (ma, attenzione, non tutte le persone con SD possono lavorare) è il risultato di un percorso complesso fatto di interventi specifici con le famiglie, le aziende e i potenziali lavoratori. Imparare un lavoro è diverso da imparare a lavorare. Questo vuol dire ri-conoscersi e sentirsi adulti, comportarsi come tali e saper vivere all’interno di un ambiente fatto di ruoli, regole e doveri. La nostra sfida è anche di tipo culturale: alcuni stereotipi che le persone con SD portano con sè non facilitano l’ingresso e il percorso nel mondo del lavoro. Uno di questi stereotipi è che i lavori ripetitivi si adattino più facilmente alle loro capacità. E, invece, proprio i lavori ripetitivi rischiano di demotivare e determinare nel tempo cali di produttività. Per un’efficace esperienza lavorativa, come mostra anche Hotel 6 stelle, occorrono: organizzazione (mansioni semplici, chiare e ben organizzate, turni di lavoro e pause il più possibile fissi, tempo di lavoro part-time), chiarezza e veridicità, ovvero considerare la persona con SD un lavoratore come gli altri.

aipdQuali progetti di inserimento lavorativo avete messo in campo?

Il nostro progetto più importante in questo momento è la cooperativa Alzaia che nasce dall’incontro di Aipd Pisa con la coop. soc. “Il Simbolo”, specializzata nei settori educativi dell’infanzia e della marginalità. Abbiamo unito le forze e avviato un percorso comune, dal momento che entrambi abbiamo come obiettivo l’integrazione sociale delle persone cosiddette ‘svantaggiate’. Nello specifico abbiamo deciso di investire nei settori della cucina, del trasporto e dell’informatica. Il nostro primo passo sarà aprire un laboratorio formativo permanente che accoglierà dalle sette alle dieci persone con SD. Andremo a formare piccoli gruppi di ragazzi in Cucina, Catering, Trasporto ecologico. Un percorso che durerà 6 mesi e in fondo al quale 4 ragazzi entreranno nella cooperativa. Gli altri verranno accompagnati nel libero mercato forti di una formazione specifica. Il progetto è stato studiato a fondo anche coinvolgendo professionisti della ristorazione e dell’imprenditoria, così da garantire sostenibilità economica e sociale.

Per finire vorrei che ci raccontassi una storia. Una piccola storia che abbia come protagonista uno dei ragazzi dell’associazione…

Potrei raccontare tanti aneddoti e storie ma preferisco riportare questo brevissimo racconto di una mamma.
Andrea era in 4a superiore quando un giorno ci disse per la prima volta: «Domani, quando esco da scuola, vado a mangiare al bar». Molti dubbi si accavallarono nella mia mente in quell’istante che separò la sua domanda dalla mia apparentemente impassibile risposta (ce la farà a farsi capire? sarà in grado di gestire il denaro?). «Certo, ricordati di prendere i soldi, almeno 10 euro». Abbiamo resistito a non telefonare per controllare che tutto andasse bene. Alle due e mezza circa era di ritorno, contento del suo pranzo a base di pizza, focaccina e coca! Ora che ha 20 anni ed è al suo secondo anno di tirocinio lavorativo, con la stessa determinazione ci ha detto: «Ora guadagno e il mio futuro è andare a stare da solo, senza genitori». Io prontamente: «Sì, certo… il tuo futuro» e lui «Il mio futuro…. presto!». Mannaggia quel ragazzino parla poco ma vuole sempre l’ultima parola!

 

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