Cerca in Cesvot

Strumenti, servizi e contenuti per la tua associazione

Gli approfondimenti di Cesvot

Abitare supportato a Firenze: la voce della Bottega del tempo

L’abitare supportato nell'ambito della salute mentale come percorso di autonomia, inclusione e progetto di comunità.

Una porta che si chiude alle proprie spalle, una chiave che gira nella serratura, una cucina in cui scegliere cosa mettere in tavola. Sono gesti minimi, quasi invisibili per chi li compie ogni giorno, ma per chi convive con un disagio psichico possono essere il traguardo di un lungo cammino di riabilitazione. È il cuore dell'abitare supportato, una forma di accompagnamento all'autonomia che a Firenze trova nel terzo settore uno dei suoi presidi più preziosi e, al tempo stesso, più fragili.

Che cosa si intende, esattamente? L'abitare supportato non coincide con le residenze terapeutiche o socioterapeutiche, strutture a maggiore intensità sanitaria. Sono appartamenti, piccoli numeri, case vere in cui la persona è sostenuta ma mai sostituita, e dove il progetto riabilitativo guarda alla vita nel quartiere almeno quanto alla cura.

Per capire come funziona questo servizio, e dove si inceppa, abbiamo raccolto la testimonianza di Laura Remaschi, psicologa e psicoterapeuta socia dell’associazione Bottega del tempo che porta avanti due progetti collegati: Casa Nostra, un appartamento di abitare supportato, e il circolo culturale Cirkoloco che promuove eventi e cultura sulla salute mentale. Ne esce il ritratto di un servizio essenziale, retto in gran parte dalla volontà, dalle reti e dalle famiglie, che chiede di essere finalmente riconosciuto e strutturato.

Una lista d'attesa che è solo la punta dell'iceberg

Sul territorio fiorentino i servizi di salute mentale hanno in carico circa 6.500 persone, mentre i posti di abitare supportato si contano tra i venti e i venticinque, con liste d'attesa di trenta-quaranta persone. Ma la cifra che conta, avvertono, è quella che non compare.

«Attualmente sono in carico ai servizi di salute mentale 6.500 persone. Mi viene da dire che questa è la punta dell'iceberg, perché ci sono tante altre situazioni in cui non si fa richiesta: ci si rivolge ad altri servizi, al servizio casa, ai servizi sociali, oppure si rimane in carico alla famiglia di origine, bloccando un po' il percorso di autonomia.» 

Dietro l'attesa c'è una doppia difficoltà. La prima è trovare una casa, tema che da solo attraversa tutte le questioni sociali del territorio; la seconda è che quella casa sia radicata in un luogo, perché la riabilitazione psichiatrica, è un progetto di comunità.

«Le difficoltà che si  incontrano sono di due tipi. Una è reperire abitazioni, ed è una tematica centrale delle problematiche sociali del territorio fiorentino. Se la uniamo all'essere portatore di disagio psichico, con difficoltà legate alla possibilità di avere un reddito personale in quanto invalido, con redditi molto bassi, si capisce quanto sia difficile trovare abitazioni adeguate. La seconda è che siano abitazioni legate alla territorialità.»

La casa non è un tetto ma il centro di una rete, e la rete deve stare a portata di passo.


«Il progetto di riabilitazione psichiatrica deve essere di comunità: l'idea è aiutare la persona a ricostruire una rete intorno, quella familiare, quella del servizio di salute mentale, quella abitativa e di vicinato. Vicino a casa devono esserci tutti quei servizi che permettono di esercitare la cittadinanza: il lavoro, i medici, gli uffici, gli alimentari e, non ultimo, la socialità, lo sport. Questo progetto dovrebbe essere fatto a chilometro zero, legato alla comunità locale, con al centro l'abitazione. Anche secondo la piramide di Maslow i diritti primari devono essere soddisfatti prima di tutto: l'abitazione, la salute, il sostentamento. Poi vengono l'autorealizzazione e la socialità.»


È l'eredità di Basaglia e delle riforme successive, rafforzata dalle evidenze più recenti: un percorso di recovery funziona quando lavora a fondo sull'autonomia e su un benessere di tipo preventivo, e lo fa garantendo diritti. Tra questi pesa anche quello economico. Le entrate di chi vive con un disagio psichico sono basse, il budget necessario per sostenere un affitto e vivere in autonomia è alto, e per questo, osservano dall'associazione, sarebbe importante poter contare su risorse un po' più generose.


Casa Nostra e il circolo

Di fronte a questi bisogni, il sistema pubblico garantisce l'essenziale ma restano fondamentali le associazioni strutturate, piccole realtà, reti amicali e di vicinato. Cirkoloco ne è un esempio, con una caratteristica che ne misura la fatica: lavora in stretta collaborazione con i servizi, ma senza accordi finalizzati. 
Casa Nostra si regge dunque su una progettazione costante e sul sostegno delle famiglie. Le cifre raccontano quanto l'equilibrio sia delicato: una stanza singola, con tutti i servizi annessi, costa 650 euro al mese, a fronte di redditi che si fermano alla pensione di invalidità. La casa, però, è solo metà del progetto. L'altra metà è un luogo dove stare tra le persone senza essere pazienti: il circolo, affiliato Arci, scelto proprio per uscire dalla cornice sanitaria ed entrare in quella della cultura e della convivialità.


«Siamo una Aps legata ad Arci perché questo ci permette di avere un tesseramento molto basso e di essere inseriti in una rete di realtà per noi molto importante. Ci permette di non stare nel sanitario, ma in un ambiente che fa cultura, che fa riabilitazione attraverso lo stare insieme, la socialità. Lo facciamo con reading, laboratori artistici, dibattiti, concerti, pranzi, per diffondere socialità, inclusione e cultura del benessere mentale. Non vogliamo costruire dei ghetti.»


E poi c'è il lavoro: un luogo in cui provare, sbagliare, ripartire.


«Nel nostro circolo abbiamo quattro inserimenti lavorativi che coadiuvano il barista e i volontari nella gestione delle attività. Grazie al nostro progetto, negli anni, abbiamo fatto almeno una quindicina di tirocini e inserimenti. Alcune persone hanno continuato a lavorare con noi con un incarico retribuito, e da lì hanno sperimentato lavori in altri settori, diventando totalmente autonome. Rimane un legame: qualcuno fa il volontario con noi, qualcuno conserva un legame affettivo, ma ha continuato la propria vita.»


Ciò che manca: risorse, spazi, integrazione

Se i punti di forza stanno nella rete e nella capacità di fare comunità, le note dolenti, come le definiscono da Bottega del tempo, riguardano le risorse. Sono le stesse che l'associazione ha portato anche agli incontri con la Società della Salute.


«I punti chiave sono la scarsità di risorse strutturali, operative ed economiche, troppo poche rispetto ai bisogni, che sono tanti e sempre maggiori, non solo nella salute mentale degli adulti ma anche in infanzia e adolescenza.»


L'esempio più vivo riguarda i più giovani. Con il progetto Melteen, pensato per ragazzi con problematiche psichiatriche a rischio di abbandono scolastico, l’associazione aveva costruito un percorso in cui lo studio poteva continuare in uno spazio protetto, ma i finanziamenti si sono interrotti e le nuove candidature non sono state sostenute.
In gioco, spiega Laura Remaschi dell'associazione La Bottega del tempo, c'è un diritto che non può dipendere dalla fortuna di un bando: quello allo studio e alla riabilitazione, due cose che non si separano dalla possibilità di stare tra gli altri.


«Questi ragazzi, come gli adulti, rischiano di rimanere, oltre che senza casa, anche senza lavoro, e se non hanno questi inserimenti non ripartono. Chi ha l'obbligo formativo avrebbe il diritto di continuare gli studi in un contesto educativo protetto anche dove ci sono problematiche psichiatriche. Se sono a casa hanno sì l'educazione domiciliare, ma non hanno la possibilità di frequentare spazi sociali, aggregativi, educativi, a parte i servizi di salute mentale infanzia e adolescenza, oppure stare in casa. La comunità è un aspetto integrante della riabilitazione: se non gli si garantisce questa possibilità, non gli si garantisce un effettivo diritto allo studio e alla riabilitazione.»


Le competenze sul territorio ci sono e sono tantissime: si tratta di metterle in relazione.


«Il territorio è una grande risorsa, ma ha bisogno di aiuto. Visto che ormai si parla di salute integrata, sistemica o addirittura ecosistemica, ci dovrebbe essere più collaborazione tra i vari settori e tra le varie organizzazioni, sia del pubblico sociale sia del privato sociale. Secondo me la parola dovrebbe essere integrazione: un'integrazione sistemica, reticolare, che vede al centro la persona, per andare incontro alle problematiche in maniera tempestiva, organica e il più possibile preventiva.»

Di abitare supportato e salute mentale  si parlerà ad Agorà Firenze,  progetto di animazione territoriale con cui Cesvot promuove la valorizzazione del terzo settore e favorisce la costruzione e il consolidamento delle reti associative sui territori.  L’iniziativa è in programma il 6 novembre presso la Sala Blu del Fuligno, via Faenza 4. 



×