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Fondazione Giulia Cecchettin: la violenza non nasce all'improvviso

"Se non cambiamo, cambieranno solo i nomi delle vittime": recensione della campagna di comunicazione della Fondazione Giulia Cecchettin.

 

Sicuramente la Fondazione Giulia Cecchettin in due anni ha acquisito una notevole notorietà. La differenza la fa il progetto della fondazione stessa, la sua mission sulla prevenzione, sensibilizzare sui comportamenti a rischio prima che diventino un pericolo vero.

Sicuramente la forza ed il coraggio di un padre fanno tantissimo, ma non è l’unico padre, non è la sola figlia, non è l’unico soggetto che si occupa di questi temi. La differenza la fa l’uso della comunicazione

Dopo il clamore mediatico, la scelta è stata quella di tenere acceso il faro in modo molto visibile, con presenze televisive, libri, incontri nelle scuole, eventi di sensibilizzazione. Certo, lo fanno tutti gli ets (in piccolo o in grande). La differenza ulteriore sta nel messaggio di comunicazione.

Mission, comunicazione, messaggio. Lo fanno tutti, ma non tutte le campagne di comunicazione hanno messaggi potenti ed universali. Molte rimangono sulla agiografia del proprio ruolo, spesso sono autoreferenziali, spesso ancora tirano il sasso ma nascondono la mano.

La fondazione dedicata a Giulia Cecchettin (e suo padre Gino) non nascondono la mano, e denunciano i comportamenti “brutti” con una comunicazione “bella”. Invece di scegliere una modalità di denuncia urlata, ferita ed inconsolabile, la fondazione Cecchettin ha scelto la strada del dialogo. 

Altre volte, per messaggi legati alla violenza di genere (spesso a firma dello Stato e dei suoi vari Ministeri e dipartimenti) ho segnalato un certo “imbellettamento” della comunicazione in Italia, rispetto alle immagini particolarmente crude e dirette che arrivano dall’estero, in particolare dal mondo anglosassone.

In questo caso, invece, trovo la scelta molto adatta: un bel “corto” (perché chiamarlo spot è riduttivo) che ha bisogno di essere visto e rivisto per essere compreso - la ripetizione come prima regola per il ricordo - una scena assolutamente distopica rispetto ai contenuti dei dialoghi, la violenza delle parole nella normalità delle relazioni.

La cosa che trovo più interessante è l’ultima frase prima del pack-shot (la chiusura con il logo ed il payoff): l’ultima frase dice “se non cambiamo, cambieranno solo i nomi delle vittime”. Ecco, secondo me quel “cambiamo” con l’uso del pronome personale NOI è davvero potente, perché mette chi parla e chi ascolta sullo stesso piano.

Stare sullo stesso piano, evitare il giudizio, rendere evidente la distanza abissale tra i pensieri ed i comportamenti mostrati, il tentativo di costringere l’audience a ri-guardare lo spot per capirlo fino in fondo, nel profondo. 

E’ questo forse il senso vero del termine comunicazione pubblicitaria, la scienza empatica (ma quasi ingegneristica) che sta alla base della costruzione di un messaggio efficace, per far cambiare gli atteggiamenti anche solo con l’uso di un pronome. 

Alla prossima, e fate pubblicità.

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