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Il tema dell'immigrazione costituisce, ad oggi in Italia, una sfida seria per il giornalismo e tutto il sistema della comunicazione. Attualmente infatti l'immigrazione rappresenta uno dei motori più importanti e poderosi di mutamento sociale, nel nostro Paese come in diverse società occidentali. Raccontare in maniera adeguata le trasformazioni sociali e culturali che essa innesca significa dunque riuscire a cogliere, quando non a spiegare, i significati e le direzioni del cambiamento.

Già da qualche anno i nostri media appaiono in difficoltà sulla questione, incapaci di spezzare il binomio immigrazione-insicurezza e di valorizzare, invece, il ruolo dei migranti quali attori di costruzione di una nuova realtà sociale.

Il rapporto della ricerca pilota dell'Osservatorio Carta di Roma, che ha monitorato per sei mesi del 2008 cinque testate nazionali, una free press e sette telegiornali, ha portato alla luce i meccanismi di questo circuito vizioso immigrazione-emergenza-paura. Innanzitutto, i media moltiplicano i migranti, creando un'asimmetria profonda tra l'esperienza reale e quella simbolica. Inoltre, i migranti sono sovraesposti nella cronaca nera, colti solo nell'atto criminale, e solo raramente seguiti nell'iter processuale (contesto nel quale potrebbero emergere le effettive responsabilità penali e gli aspetti umani delle vicende in questione).

Il racconto giornalistico dell'immigrazione risulta come ingessato in un fotogramma immobile, che non riesce a rappresentare i cambiamenti in corso nella società, ma che anzi contribuisce solo ad alimentare un atteggiamento di diffidenza. Un esempio emblematico: a fronte di una presenza femminile sul territorio ormai pari a quella maschile, sui media giornalistici le donne immigrate quasi non esistono.

La seconda ricerca, condotta su sei testate nel primo semestre del 2010, ha rivelato i primi segni di un'evoluzione nel rapporto media-immigrazione. L'associazione immigrati-emergenza-criminalità risulta numericamente meno presente, in primo luogo per la diminuita insistenza sul tema da parte dei soggetti politici. Anche i ricorsi indiscriminati al termine 'clandestino' sono calati. I sintomi sembrerebbero quelli di una 'disinfiammazione'. Bruscamente interrotta, a tratti, da picchi di attenzione (uno per tutti, il caso Rosarno), in occasione dei quali anche il linguaggio mostra recrudescenze violente (ricompare allora la parola 'clandestino', addirittura accompagnata dal termine 'negro', anche se in un contesto esplicitamente provocatorio).

Stiamo dunque procedendo verso uno scenario di tipo europeo, dove l'immigrazione è ormai un problema ordinario, silenzioso, che torna sotto i riflettori dei media solo per le fiammate delle vicende più gravi?
Risposte sicure sono ancore premature. Quello che è certo è che la vertenza media – immigrazione – ricerca è sempre aperta, e più attuale che mai. E che non si può continuare a pensare che sia un problema dei media, o degli immigrati. In causa ci sono la cultura e la stabilità sociale di un paese, e nessuna delle agenzie culturali e sociali che dovrebbero concorrervi (scuola, università, non profit, politica) può esimersi.

Mario Morcellini è direttore del dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza-Università di Roma e responsabile scientifico dell'Osservatorio Carta di Roma.

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