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L'alternativa a carcere e Opg nell'esperienza fiorentina

Dalla nascita della psichiatria forense, avvenuta in Italia a fine ‘800, alla legge 180 varata nel 1978, è trascorso quasi un secolo, durante il quale la psichiatria forense è rimasta al palo e Franco Basaglia ha condotto in porto la riforma necessaria della complessità semplificata, da trattare in maniera composita, sostituendo un sistema interdisciplinare alla mera ospedalizzazione della follia e il concetto di salute a quello stantio di malattia/sanità. Nel temerario quanto inevitabile salto verso l’adeguatezza al presente, non fu evitato il peccato originale della scotomizzazione di un problema spinoso: la follia reclusa in carcere e internata in Ospedale Psichiatrico Giudiziario (Opg).

La scelta accademica tardottocentesca di mantenere à part l’attenzione clinica per l’uomo detenuto, creando nei Dipartimenti di Medicina Legale la antropologia criminale, madre delle varie psichiatrie forensi o criminologie che dir si voglia, ha comportato un buio di cultura e di cura in carcere. Il DL 230/99, la norma che stabilisce il passaggio agli organi della salute della responsabilità terapeutica oltre le sbarre, seguita dalla legislazione in materia di modifica del sistema di internamento giudiziario nel Paese, sono stati i due momenti chiave di un ribaltamento atteso.

alba_5L’alternativa a carcere e Opg per i portatori di sofferenza psichica, attiva nella Azienda Sanitaria di Firenze (Asf) dal 2001, vale a dire la Residenza Le Querce, è stata il modello antesignano di un futuro diventato presente. Non a caso oggi la Toscana può vantare un piano praticabile di decostruzione dell’internamento giudiziario, fondato sulla gradualità monitorata dell’affrancamento e sulla territorializzazione delle iniziative sociosanitarie correlate.

Altrettanto funzionale è stata la scelta della Asf di affidare, nell’ottobre 2008, la salute mentale dei reclusi alla stessa articolazione operativa responsabile della presa in carico dei portatori di sofferenza psichica residenti nel quartiere in cui gli istituti di pena insistevano. Fu il modo migliore per seguire il dettato normativo: colmare la distanza tra le cure riservate ai cittadini detenuti e liberi.

Le decisioni pionieristiche appena descritte contribuiscono a valorizzare le buone prassi e rilanciano la speranza nel nuovo che avanza, in luogo di uno scettico pregiudizio. Sempre più spesso si parla di connettività tra neuroni e della sua mappatura, anziché di biochimica del loro funzionamento. Se l’influenza genetica sul cervello si ferma al numero di neuroni e al loro primo cablaggio, sono le relazioni con l’ambiente a costruire l’individualissimo connettoma in divenire.

Proprio una anomalia delle connessioni potrebbe essere la causa di patologie che non riconoscono un danno cellulare. Poiché dunque il connettoma cambia in misura delle esperienze, come escludere che anche la partecipazione ad un gruppo di autoaiuto e un inserimento socioterapeutico svolgano una funzione nella cura dello stato di chi soffre o fa soffrire?

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