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In quale modo e con quale linguaggio i media generalisti affrontano oggi le grandi questioni sociali del nostro tempo, ad esempio l'immigrazione?

Spesso l'informazione è dolosamente incapace di raccontare la società, le persone, di ricostruire la cornice di riferimento nella quale i fatti hanno la loro collocazione ed il loro significato.
Spesso al giornalismo manca quella ambizione culturale che ambisca ad un'informazione corretta, esaustiva, non frettolosa, non grossolana, rispettosa della complessità.

Ed allora succede che sia la cronaca nera ad impadronirsi dell'immigrazione, della povertà, della prostituzione, del disagio, del dolore, degli scempi ambientali. Succede che si smarriscano memoria storica, antefatti e nessi.
Succede quindi il peggio: ai cittadini viene negata l'opportunità di comprendere la portata di un fenomeno e, spesso, la sua direzione.
Perché “la notizia” è uno strano oggetto di comunicazione di cui tutti però condividiamo almeno un significato: la notizia deve contribuire in modo determinante alla interpretazione dei fatti.

Un racconto giornalistico che proponga l'equazione straniero uguale immigrato uguale pericolo rilancia stereotipi, sollecita sentimenti, magari conferma opinioni ma non aggiunge niente alla comprensione di un avvenimento.
E' in questo contesto che ha ancora senso parlare di informazione sociale, una disciplina di cui spesso dubito l'esistenza, ma che ritengo sicuramente un ambito, una preoccupazione, un punto di vista, una modalità, oltre che un presidio contro il conformismo.

Mi piace dire che l'informazione sociale è una tensione dentro la notizia e dentro il giornalismo.
Ed essa non è appannaggio delle associazioni di volontariato, dei loro giornali o dei loro uffici stampa.
E' una possibilità ed una opportunità. Per tutti.

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