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Alla Gorgona il prezzo della crisi lo pagano i detenuti, parla Stefano Turbati

Fin dall’800 i detenuti della Gorgona si sono dedicati ad attività di allevamento e agricoltura, alla produzione di latte, pane, olio. Per qualche tempo hanno anche allevato orate che i cittadini toscani potevano comprare presso la Coop. Oggi quella struttura, modello di riabilitazione ed economia sociale, è a rischio. Per saperne di più abbiamo intervistato Stefano Turbati educatore del carcere.


Il carcere della Gorgona è attivo dal 1869 e nel tempo è diventato un modello nel panorama penitenziario italiano. Quale è oggi la situazione e che tipo di detenuti ‘ospita’?
I detenuti condannati in via definitiva accedono in Gorgona presentando domanda, che viene valutata dal Gruppo Osservazione e trattamento. Si richiedono condotta regolare, buona salute psico-fisica, nessun problema di dipendenza, un residuo pena non superiore ai 10 anni, assenza di legami con la criminalità organizzata o di reati che possano essere di pregiudizio nel rapporto con i compagni. Nell'immediato futuro, su indicazione del Provveditorato regionale, l'accesso sarà possibile solo dagli altri istituti toscani e le domande saranno valutate congiuntamente tra operatori di Gorgona, del carcere di provenienza e dello stesso Provveditorato. In questa fase di riorganizzazione i detenuti sono solo 52, ma puntiamo ad aumentare la presenza attraverso l'affermazione dei progetti in corso.

I detenuti della Gorgona si sono sempre dedicati all'allevamento e all'agricoltura ma oggi alcune attività sono ferme e addirittura il carcere rischia la chiusura. Perchè?
Purtroppo abbiamo delle difficoltà che sono comuni ad ogni servizio pubblico; i crescenti tagli alle risorse umane, strumentali e finanziarie hanno messo a rischio la stessa possibilità di mantenere aperta la struttura. E' paradossale che a pagare il prezzo maggiore della crisi siano le attività produttive che, oltre ad impegnare al lavoro i detenuti, producono un reddito non indifferente. Reddito che tuttavia, come ogni altra entrata legata al lavoro penitenziario, non può essere reinvestito nella stessa attività ma dev'essere interamente versato all'erario.

Recentemente è partito il “Progetto Granducato” che dovrebbe proprio rivitalizzare le attività lavorative e di produzione agro-alimentare, grazie anche alla esternalizzazione dei prodotti a società terze. Può spiegarci meglio il progetto?
Il Progetto Granducato, approvato e finanziato dalla Cassa delle Ammende del Ministero di Giustizia, nasce proprio con l'obiettivo di dare continuità alle attività lavorative, anche in presenza dei tagli al bilancio. In una prima fase il finanziamento ricevuto consente di retribuire i detenuti per la frequenza delle attività di formazione e lavoro, fino alla loro assunzione diretta da parte delle imprese partner. Con la progressiva esternalizzazione dei rami di attività sarà possibile traguardare il progetto oltre il periodo iniziale di dodici mesi consentendo di fatto all'isola di realizzare l'autosostentamento.

Che significa per i detenuti produrre e poter vendere quanto realizzano con il proprio lavoro e in che modo il rapporto tra ‘lavoro e impresa’ può giovare al loro reinserimento?
L'apertura al privato non deve essere letta come una sconfitta del pubblico, ma come un'opportunità di accrescere le professionalità che i detenuti possono acquisire. Frequentare percorsi di formazione e lavoro in presenza di soggetti leader nel mondo dell'impresa darà modo ai detenuti di ridurre e superare lo svantaggio che li separa dagli altri lavoratori, accrescendo le possibilità di un definitivo reinserimento. La dimensione comunitaria della popolazione dell'isola dà inoltre modo di apprezzare meglio il valore del proprio lavoro, tutto interamente condotto lungo una filiera realmente “a kilometri zero”.

E cosa risponderebbe, invece, a chi guarda in modo critico a questa ‘economia carceraria’ e teme che poco o niente rimanga ai detenuti e molto, invece, vada in marketing e a vantaggio di questo o quel marchio?
Se per marketing si intende l'espressione di una capacità comunicativa che consente di valorizzare al meglio la qualità del proprio lavoro, ben venga! Di carcere si parla tanto, forse troppo, ma soprattutto male. Le carceri italiane sono sovraffollate, vecchie, costrette a farsi carico di ogni forma di disagio sociale; ma sono anche un luogo di impegno umano, sociale e professionale condotto insieme da operatori e detenuti. Poter veicolare anche attraverso l'etichetta di un vino o sulla confezione del pescato i valori dell'istituzione detentiva, mi sembra dunque un'occasione in più per avvicinare il carcere alla società e al territorio.

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