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Intervista a Beatrice Montini, Giornalisti contro il razzismo

Come nasce il gruppo Giornalisti contro il razzismo?
I Giornalisti contro il razzismo (Gcr) sono nati a maggio del 2008 con l'appello I media rispettino il popolo rom. In quel periodo, dopo una serie di fatti di cronaca nera (come l'omicidio di novembre a Roma di Giovanna Reggiani) era in atto la cosiddetta “emergenza rom”. A livello di informazione si innescò una immediata e feroce campagna anti-zingara in cui, parallelamente a quanto avveniva a livello politico, l'intera minoranza veniva indicata come responsabile collettivamente di quei singoli fatti. Si parlava di “propensione allo stupro” o assurdità simili. Con il nostro appello cercammo di spingere giornalisti e cittadini-lettori a riflettere sul ruolo dei mezzi di informazione nel fomentare, in maniera acritica e pericolosa, diffidenza, paura, rabbia verso le minoranze e in generale verso gli “stranieri” residenti nel nostro paese.

Quanti giornalisti fanno parte del gruppo e quale il loro profilo?
Il “nucleo originario” di Gcr è composta da 4 giornalisti: Lorenzo Guadagnucci, Carlo Gubitosa, Zenone Sovilla ed io. Ad oggi, attraverso il nostro sito (www.giornalismi.info/gcr) ci seguono 300-400 persone: sono blogger, redattori, free lance, ma anche cittadini e cittadine. Inoltre hanno aderito alla campagna “Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo)” l'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, Redattore Sociale, Agenzia Dire, alcune trasmissioni radiofoniche e, dagli ultimi mesi, abbiamo anche la collaborazione dell'Associazione Stampa Toscana.

Dalla campagna “Mettiamo al bando la parola clandestino” è nato anche il “Glossario-vademecum: le parole da mettere al bando”, pubblicato sul vostro sito. Di cosa si tratta?
La campagna “Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo)” è nata dalla volontà di individuare alcune forme pratiche e immediate per migliorare l'informazione. Lavorando in redazione, ci siamo resi conto che si doveva iniziare provando a cambiare alcune “cattive abitudini” divenute quasi automatiche. Per questo siamo partiti dal linguaggio, da alcune “parole chiave” che rappresentavano in maniera palese la distorsione della rappresentazione dei migranti nei media e che chiediamo ai nostri colleghi giornalisti di non usare più perché errate, offensive e inesatte: clandestino, extracomunitario, vu cumprà, nomadi, zingari. Impegnarsi a non usare queste parole, è solo un inizio. Ma pensiamo che serva per avviare tutti insieme una riflessione su come affrontiamo certi temi.

Un'altra delle vostre iniziative è stata l'attivazione di Mediarom, l'Osservatorio sui media e i rom che raccoglie anche le segnalazioni online dei cittadini…
L'attenzione a come i media trattano il tema rom e sinti è stato fin dall'inizio centrale nel nostro lavoro. Secondo il Rapporto conclusivo dell'indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia della Commissione diritti umani del Senato, per il 92% degli italiani intervistati i rom “vivono di espedienti e furti”, per l'87% sono “nomadi” e per l'83% è “per scelta” che vivono ghettizzati nei campi. Gran parte di questi pregiudizi sono stati vincolati e rafforzati proprio da noi giornalisti attraverso il modo stereotipato, disinformato e razzista con cui abbiamo raccontato (o meglio non abbiamo raccontato) queste minoranze. Se il 90% delle volte che mi occupo di rom e sinti lo faccio nelle pagine di cronaca nera, parlando di furti, è chiara l'idea che contribuisco a costruire. Il nostro osservatorio serve a questo: a smascherare l'informazione e a richiamarla alle proprie responsabilità. La nostra è una piccola esperienza ma una delle cose che più serve a sensibilizzare giornalisti, direttori ed editori sono proprio le segnalazioni e le denunce da parte dei cittadini.

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