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Dal gioco allo shopping: storie di persone e associazioni

Questo mese parliamo di “nuove dipendenze” ed io, che non sono medico nè psicologo, forse riuscirò a parlarne solo nei termini di “nuovi disagi”.
Sollecitazioni che si collocano quindi fuori dalle cornici medico-scientifiche.
Mi auguro che i lettori non me ne vorranno.

Ad alcune domande non riesco però a sottrarmi: sono malattie o sono stili di vita dedicarsi allo shopping più di quello che serve e ci si può permettere? È un vizio o una malattia perdersi irresponsabilmente nel gioco mettendo a repentaglio la sicurezza di sè e della propria famiglia? E' una diseducazione o una patologia perdere tutto il proprio tempo su internet? E deviare l'istinto sessuale nel voyeurismo che cosa è? E il “mal di vivere” è scomparso dalla nostra cultura di riferimento?

Pare utile fermarsi a riflettere sulle parole usate. L'espressione “nuove dipendenze” ne ha una corrispondente che è “dipendenze sociali”.
Un tempo, non moltissimi anni fa, politica sociologia medicina psichiatria e filosofia dibattevano sulle cause del disagio psichico e due erano, perdonatemi la grossolanità di questa sintesi, le scuole a confronto. La prima sosteneva che fossero l'ambiente “disturbato”, i contesti familiari complicati e le “storture” sociali la causa del male dell'individuo. Famiglia e società, colpevoli di non comprendere e di non rispettare la complessità e le necessità dell'individuo, contribuivano a creare persone infelici e/o malate. L'altra scuola ci liberava invece, almeno parzialmente, da questa colpa sostenendo l'origine organica dell'infelicità, della depressione, della devianza, della malinconia, della follia.
In Toscana abbiamo avuto esempi illustri di entrambe queste scuole di pensiero.

Poi l'uso di psicofarmaci sempre più evoluti ha reso tutti meno intransigenti placando le opinioni degli intellettuali, il dolore delle persone, la pericolosità sociale di alcuni individui. Che pure rimane un caposaldo delle preoccupazioni del sistema-paese insieme a quello dei costi sociali delle malattie, comprese le nuove dipendenze.

Confesso di avere una istintiva diffidenza ogni volta che un comportamento diviene patologia e che quella patologia viene medicalizzata. Ogni volta che una persona sana fino a ieri diviene malata. Non posso non pensare al noto meccanismo di abbassare le soglie delle patologie per includere milioni di nuovo malati o di “inventare” le malattie; scandaloso comportamento di alcune lobby farmaceutiche di cui in rete si trova una consistente documentazione.

Mi consola solo una considerazione: nel caso delle nuove dipendenze di cui parliamo in questo numero, la terapia pare essere ancora la relazione, l'incontro, il gruppo e non il farmaco.

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