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Domenica in Piazza della Stazione la consegna al presidente Anpas Fabrizio Pregliasco

L'inaugurazione di un'ambulanza o di una macchina per il trasporto sociale è sempre un grande evento per un'associazione che si occupa di sostegno socio-sanitario, ma domenica 21 dicembre a Signa accadrà qualcosa di davvero speciale.

In Piazza della Stazione i volontari della Pubblica Assistenza, oltre ad inaugurare tre nuovi automezzi (un'Ambulanza di Soccorso e Rianimazione, un fuoristrada per il servizio di Protezione Civile e un'autovettura per il trasporto sociale), consegneranno al presidente di Anpas, Fabrizio Pregliasco, un'ambulanza che verrà inviata in Gambia, per prendere servizio presso il Centro Socio-Sanitario di Bakoteh.

Grazie all'ambulanza della Pubblica Assistenza di Signa il Centro di Bakoteh potrà garantire il trasporto di malati infettivi, vittime di incidenti stradali e soprattutto donne con parti a rischio, per le quali è indispensabile che possano accedere a un presidio in grado di effettuare un parto cesareo. Quello di Bakoteh è un centro socio-sanitario e polo di primo soccorso attivo dal 15 gennaio 2007, al quale Anpas ha poi affiancato anche una casa-famiglia e una scuola materna.

Centro

L'ambulanza che andrà in Gambia vestirà una livrea speciale: da un lato una fascia con i colori della bandiera italiana, dall'altro quelli della bandiera del Gambia, con il verde e il rosso in comune tra le due bandiere.

La presenza di Fabrizio Pregliasco a Signa, recentemente rieletto quale Presidente Nazionale, è per noi motivo di grande orgoglio e soddisfazione - spiegano dalla Pubblica Assistenza di Signa - gli affideremo una nostra ambulanza che con piacere e con entusiasmo abbiamo voluto di nostra iniziativa donare a 5000 km di distanza, dove operano soccorritori come noi con tante difficoltà in più; a loro andrà anche un po' di nostra attrezzatura di bordo.

ambulanzaI tre nuovi automezzi sono stati realizzati da Nepi Allestimenti, un'impresa di Signa che da molti anni ha riconvertito la propria attività, garantendo sul territorio numerosi posti di lavoro e realizzando prodotti d'eccellenza nel campo dell'allestimento dei veicoli speciali.

All'acquisto degli automezzi hanno contribuito anche imprese, esercizi commerciali e famiglie del territorio, ma le risorse provengono in gran parte dalla Pubblica Assistenza di Signa, che ogni anno svolge 8mila servizi tra interventi di emergenza/urgenza, di protezione civile e trasporti socio-sanitari, oltre che all'attività del Centro Diagnostico Pubblica Assistenza Signa, che garantisce numerose attività specialistiche e diagnostiche oltre che il servizio di prelievi ematici e dal servizio di onoranze funebri. Il tutto grazie al costante impegno di 200 volontari: operativi 24 ore su 24 per 365 giorni l'anno, rappresentano un importante punto di riferimento per tutto il territorio della piana fiorentina.

Qui il programma della giornata che si potrà seguire anche via livetweet con hashtag #SignaxGambia.

Guarda il video e le foto.|2014-12-18 12:30:46|News|Solidarietà internazionale|volontariato internazionale,cooperazione internazionale,pubblica assistenza signa,Centro Socio-Sanitario di Bakoteh|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8494|Il volontariato? Un modo per conoscere altre città e culture||L'esperienza di volontariato di Emily, giovane americana che da tre mesi vive e studia a Firenze|il-volontariato-un-modo-per-conoscere-altre-citta-e-culture|public://repository_plurali/2014/12/emily.jpg|Spesso le persone migliori si trovano tra coloro che fanno volontariato. Tale aspetto è riscontrabile in paesi e in culture differenti.

Mi chiamo Emily e sono una studentessa americana. Vivo a Firenze da tre mesi e in questa città mi sento come se fossi a casa mia. Ho avuto la fortuna di fare volontariato in tante realtà diverse, durante la mia esperienza di studio a Firenze. Oltre ad avere appreso molte cose importanti della cultura, della lingua e della politica dell’Italia, ho imparato cosa vuol dire veramente essere una volontaria.

Ovunque, nel mondo, ci sono problemi importanti e complessi, ma è sempre possibile trovare delle persone disposte a offrire il loro aiuto per risolverli. Durante il periodo che ho trascorso facendo volontariato con gli “Angeli del Bello”, “Una mela per la vita” e “Corri la vita”, ho capito che il legame che unisce tutti coloro che dedicano il loro tempo per gli altri è universale. Lavoriamo tutti insieme per risolvere i problemi della nostra comunità, del nostro paese e del mondo intero: questa è davvero una cosa bellissima!

Sebbene rimanga decisamente questo legame universale, ho notato alcune differenze tra il volontariato negli Stati Uniti e in Italia. La cultura riguarda tutti gli aspetti della vita. Possiamo vederne gli effetti in paesi e in luoghi differenti: tra le persone, nelle lingue, negli stili di vita e anche nel volontariato.

L’approccio italiano al volontariato è fondamentalmente diverso da quello americano. Negli Stati Uniti, le attività di volontariato sono gestite secondo un programma specifico e definito. I volontari sono tenuti a seguire uno schema prefissato per tutta la durata della loro attività, sia essa giornaliera o settimanale. Naturalmente, vi sono anche dei momenti di svago e distrazione, ma l’obiettivo principale è il risultato finale; la cosa più importante è quello che si è portato a compimento. Il sistema americano è, quindi, improntato alla massima efficienza.

In Italia, invece, il ritmo del lavoro è apparentemente più rilassato: spesso non c’è un programma rigido che deve essere seguito. Può capitare che i volontari inizino la loro attività senza un’idea precisa di quello che dovrà essere fatto (di frequente, le attività vengono decise sul momento). I volontari, mentre lavorano, parlano tra di loro e si conoscono meglio; e, soprattutto, passano dei momenti molto piacevoli in compagnia. Sebbene il risultato finale sia molto importante, altrettanto importante è come ci si arriva.

A mio parere, non è possibile stabilire quale sia, in assoluto, il sistema di volontariato migliore tra quello americano e quello italiano. Ci sono pregi e difetti in entrambi ed è molto interessante analizzare le differenze e metterle a confronto. In ogni caso, la cosa più importante è riconoscere il legame che ci unisce nel nostro impegno per risolvere i problemi che affliggono le nostre società e il mondo. Anche se esistono delle differenze, in realtà siamo tutti molto più simili che diversi.

Emily è una studentessa americana di inglese e psicologia. Vive in California e studia alla UCLA a Los Angeles. Ha venti anni ed è al terzo anno di università. Finirà i suoi studi nel 2016, dopo di che vorrebbe continuare a viaggiare e sperimentare altre culture.|2014-12-22 14:21:39|News|Giovani e volontariato|volontariato firenze,Angeli del bello,volontariato urbano|Emily|Emily|Kyle|emily.kyle@ymail.com
8504|Zoomafia, quando la violenza sugli animali è un affare|I combattimenti tra cani, una delle attività più lucrose e crudeli|I combattimenti tra cani, una delle attività più lucrose e crudeli |zoomafia-quando-la-violenza-sugli-animali-e-un-affare|public://repository_plurali/2016/01/colleferro_4.jpg|Gli italiani amano gli animali? Se consideriamo quanti possiedono un animale sembrerebbe di sì: quasi un italiano su due, ovvero oltre 21 milioni di persone sopra i 18 anni (dati Eurispes). La gran parte ha un cane o un gatto ma non mancano pesci (4,9%), tartarughe (4,7%) e uccelli (4,1%). Il 41,7% dichiara di aver preso un animale per colmare la solitudine e il 18,5% per avere qualcuno di cui prendersi cura. E se la gran parte degli italiani nutre sentimenti di rispetto e affetto nei confronti degli animali, quasi il 13% prova indifferenza, paura o addirittura fastidio.

Ma attenzione, anche chi decide di prendere un animale con sé non sempre lo fa con consapevolezza e responsabilità, come dimostrano i dati sull’abbandono e i maltrattamenti. Ogni estate vengono abbandonati 100mila cani e 50mila gatti e sono 150mila i cani e gatti che vivono nei canili, talvolta in situazioni molto critiche. Si stima che in Italia vivano “on the road”, cioè randagi, 700mila cani e 2 milioni di gatti (per la situazione toscana leggi qui).

Numeri preoccupanti anche per quanto riguarda i maltrattamenti. Al servizio “Io segnalo” dell’Associazione Animalisti nel 2013 sono arrivate 45mila segnalazioni: nel 67% dei casi si denunciavano le cattive condizioni in cui venivano tenuti gli animali, mentre il 23% delle segnalazioni si riferiva a situazioni di violenza o al limite del maltrattamento.

La violenza sugli animali può diventare anche un lucroso affare in mano alla criminalità, ad esempio con le corse clandestine di cavalli (leggi l’intervista a Sonny Richichi), le macellazioni e la vendita illegale di carne, il bracconaggio, il contrabbando di animali, la biopirateria, i combattimenti tra cani. Secondo l’Osservatorio Zoomafia della Lav – Lega antivivisezione che ogni anno pubblica un Rapporto molto dettagliato, tra le pratiche più crudeli (e lucrose) ci sono proprio i combattimenti.

Oltre a muovere un grande giro di denaro (le scommesse vanno da 250 euro a decine di migliaia di euro), la lotta a cui questi animali sono aizzati e costretti è il risultato di violentissime forme di addestramento, vere e proprie torture, inflitte ai cani fin da cuccioli.

A causa di questi maltrattamenti che ne condizionano il comportamento, Pit Bull, Rottweiler, Bull Mastiff e altre razze sono temute perché considerate aggressive e crudeli. E così, oltre alle violenze subite, questi animali diventano anche vittime di una criminalizzazione sempre più diffusa.

cavallo
Tuttavia qualcosa sta cambiando grazie all’introduzione nel 2004 di una legge contro l’abbandono e il maltrattamento degli animali (legge 189/2004), anche se secondo le associazioni si potrebbe fare di più. Ad esempio, prevedere il reato di “uccisione di specie selvatica protetta” come chiede Wwf Italia con una petizione già firmata da 55mila cittadini. Ad oggi, infatti, si possono uccidere impunemente orsi, lupi, cicogne, foche monache anche se protetti dalle normative internazionali.

Le associazioni animaliste svolgono non soltanto un ruolo fondamentale di informazione, pressione e sensibilizzazione ma spesso garantiscono azioni di vigilanza sul territorio, servizi di assistenza, cura e recupero di animali. Si tratta di un’attività di volontariato importante che le istituzioni, anche a livello locale, stanno cominciando a riconoscere e valorizzare.

Come l’Asl di Firenze che recentemente ha istituito lAlbo delle associazioni che tutelano gli animali: con l’iscrizione all’Albo le associazioni fiorentine potranno supportare il servizio veterinario nel recupero animali, nella tutela delle colonie feline, nella vigilanza zoofila.

Foto di Ottavia Poli, associazione Italian Horse Protection. Clicca qui per vedere le altre.
|2015-01-18 10:20:09|Non solo numeri|Ambiente e Territorio|volontariato animali,volontariato ambientale,animali maltrattati,protezione animali,cani da combattimento,zoomafia|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8513|A Montaione l'unico centro di recupero per cavalli|Intervista a Sonny Richichi, presidente di Italian Horse Protection|Intervista a Sonny Richichi, Italian Horse Protection|a-montaione-unico-centro-per-cavalli-maltrattati|public://repository_plurali/2015/01/colleferro_11.jpg|Quando parliamo di diritti degli animali la gran parte di noi pensa agli animali a rischio di estinzione, ai cani abbandonati, agli allevamenti intensivi ma raramente pensiamo ai cavalli. Che tipo di maltrattamenti subiscono i cavalli?

Gli equidi sono in una condizione paradossale, nel nostro Paese e non solo: sono l’unica specie animale utilizzata e sfruttata in qualsiasi ambito possibile da parte degli umani. Ad esempio se si pensa ai bovini si parla di allevamenti intensivi, macellazione, produzione di latte; se si pensa ai cani si parla di randagismo e maltrattamenti; se si pensa ai visoni si parla di pellicce, ecc. Insomma un tipo di sfruttamento “settoriale”. I cavalli e gli altri equidi, invece, li ritroviamo dovunque: corse legali e illegali, maneggi, circhi, carrozze in città, palii, macellazione, sperimentazione animale, pelli, perfino abbandoni. Il paradosso è che sono fra gli animali meno tutelati in assoluto: in Italia non c’è alcuna legge che difenda i cavalli, l’anagrafe esiste più in teoria che in pratica e c’è una commistione tra cavalli da macello e cavalli non macellabili. Tutto questo favorisce il commercio incontrollato di questi animali (tanto è vero che stime approssimative dicono che la metà dei cavalli che ogni anno finiscono al mattatoio proviene dal circuito dell’ippica e degli sport equestri). Anche per questo noi siamo contrari alla compravendita di cavalli, così come a organizzare collette per acquistarli da privati e commercianti. In tali casi, infatti, anche se c’è il nobile intento di salvare un animale, di fatto si partecipa ad un business di cui faranno le spese altri animali. Siamo invece per responsabilizzare i proprietari, per informare le persone e quindi aiutarle a riflettere bene prima di decidere di prendere un animale così impegnativo come un cavallo. Oltre alla carenza normativa, infatti, c’è anche un gap culturale: sono pochissimi i proprietari di cavalli che hanno un’adeguata conoscenza dei loro bisogni e delle loro caratteristiche etologiche. Così come sono pochi i veterinari pubblici con adeguata formazione professionale, per non parlare delle forze dell’ordine. Questo crea enormi difficoltà nel momento in cui si deve intervenire per aiutare un cavallo, anche di fronte a situazioni di maltrattamento palese.

cavallo
Come nasce la vostra associazione e di cosa vi occupate?

L’Italian Horse Protection nasce a Montaione, nella campagna fiorentina, alla fine del 2009 dalla mia volontà (forse meglio dire visione) di cambiare radicalmente la condizione di questi animali, la cui forza ed eleganza diventano spesso la loro condanna a una vita di sofferenze e privazioni. Provenivo da una lunga esperienza lavorativa di tutt’altro genere (da impiegato e direttore di banca) e da alcuni anni di incarichi dirigenziali da volontario in un’importante associazione animalista, che mi avevano dato una chiara idea sulla condizione dei cavalli nel nostro Paese. Si aggiunga il fatto che in Italia non esistevano organizzazioni specializzate nella tutela degli equidi a 360 gradi, ed ecco la molla che fece nascere questo progetto. All’inizio non c’era alcuna certezza che potesse prendere piede, c’erano solo tanti bei sogni e zero soldi. Fortunatamente ci fu concesso l’utilizzo di terreni da parte di un privato per far nascere il centro di recupero (fino al trasloco avvenuto lo scorso ottobre in un terreno in affitto). Il nostro centro fu il primo in Italia autorizzato a detenere equidi sotto sequestro giudiziario, con Decreto del Ministero della Salute. Lo staff attuale conta 14 persone (quasi tutti volontari, gli altri con piccoli part time) e al suo interno conta anche un veterinario ippiatra e un etologo. Si aggiunge poi un gran numero di volontari che si offrono per singole attività o per periodi limitati, contando sia quelli che vengono ad aiutarci al centro di recupero sia quelli che ci danno una mano a distanza.

L’Italian Horse Protection Onlus gestisce anche l’unico centro di recupero per equini maltrattati in Italia. Che tipo di cavalli ospitate e in che modo li aiutate?

Da noi sono arrivati, sino ad oggi, equidi dalle più disparate situazioni: detenuti da privati in condizioni di (talvolta grave ed efferato) maltrattamento, oppure dalle corse clandestine, o da allevamenti andati in fallimento. Spesso riceviamo segnalazioni da privati cittadini che verifichiamo prima di allertare le forze dell’ordine. A volte, invece, veniamo contatti da queste ultime, in caso di imminenti sequestri. Abbiamo collaborato spesso anche con Edoardo Stoppa della trasmissione tv “Striscia La Notizia” (vedi casi di Agropoli, Catania, Colleferro, Parma, Pistoia, Empoli, San Rossore, Milano). Al momento ospitiamo 74 equidi (quasi tutti cavalli). L’età è molto varia: da puledri di pochi mesi fino ad arzilli vecchietti di 34 anni. Buona parte di loro adesso sta bene, ma abbiamo dei gruppi sotto perenne osservazione, come ad esempio i cavalli anziani che richiedono una gestione diversa e più accurata, oppure il gruppo di cavalli asmatici a cui va somministrato del fieno trattato appositamente. I cavalli che giungono da noi vengono riabilitati sia sotto il profilo fisico che comportamentale, ovviamente in base ai casi ed alle esigenze e tenuto conto di come hanno vissuto in precedenza. Dal punto di vista comportamentale, quello che riscontriamo più spesso è una profonda diffidenza nei confronti degli umani, che riusciamo a superare grazie ad un paziente lavoro quotidiano di avvicinamento e contatto (esclusivamente da terra).



I cittadini come possono aiutarvi a combattere il maltrattamento dei cavalli?

Il cittadino può aiutarci anzitutto facendo donazioni o organizzando raccolte fondi: un’associazione come la nostra ha un costo di gestione elevatissimo, se si sommano le spese legate al centro di recupero alle spese per la divulgazione, le azioni legali, le investigazioni, ecc. Un’altra forma di aiuto da parte del cittadino consiste nel segnalarci – anche in forma anonima - i maltrattamenti di cui venga a conoscenza. Altro preziosissimo supporto è il diffondere le informazioni, gli approfondimenti e le denunce che regolarmente pubblichiamo sul sito e tramite i social network. E poi si può diventare uno dei nostri volontari. Per diventare volontari è sufficiente contattarci via e-mail o telefono e compilare una scheda. Il volontariato per Ihp può essere svolto in vari modi: svolgendo un periodo di attività presso il nostro centro di recupero, per la gestione e la cura dei cavalli o per lavori di manutenzione (steccati, mangiatoie, tettoie, mezzi agricoli, idraulica); oppure lavorando a distanza su attività di raccolta fondi e di promozione (organizzazione eventi, invio appelli via web, pubblicità tramite social network, distribuzione volantini, ecc…); infine, diventando un volontario nella propria zona di residenza, per la verifica di eventuali segnalazioni e per i controlli sui cavalli affidati. In tutti i casi è previsto un primo periodo di affiancamento da parte di un nostro responsabile.

Foto di Ottavia Poli, Italian Horse Protection. Clicca qui per vedere le altre.
|2015-01-18 10:10:36|Storie|Ambiente e Territorio|volontariato animali,volontariato ambientale,animali maltrattati,cavalli maltrattati,Italian Horse Protection,corse clandestine|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8534|Disabilità in Toscana, a che punto siamo? Al via la Conferenza regionale||La Regione Toscana organizza il 23 e 24 gennaio a Campi Bisenzio la Conferenza regionale sulla disabilità.|disabilita-in-toscana-a-che-punto-siamo-al-via-la-conferenza-regionale|public://repository_plurali/2015/01/ConferenzaRegionaleDisabilità_Pagina_1.jpg|La Regione Toscana organizza il 23 e 24 gennaio a Campi Bisenzio (Fi) la Conferenza regionale sulla disabilità. Un importante appuntamento per riflettere sull'integrazione e i diritti delle persone con disabilità e un'occasione di confronto tra istituzioni e organizzazioni della società civile e del privato sociale che operano a sostegno delle persone disabili che, ricordiamo, in Toscana sono circa 100mila.

Quattro i temi prioritari su cui verterà la discussione:
La scuola dell’inclusione
L’inserimento lavorativo come interesse pubblico e privato
L'accessibilità
Il durante e dopo di noi

In vista della Conferenza, intorno a questi temi prioritari si sono sviluppati alcuni incontri preliminari aperti a operatori della Regione, dei Comuni e delle Asl, nonché a rappresentanti delle associazioni, cooperative e fondazioni, incontri che hanno dato vita ad un documento che sarà portato alla discussione della Conferenza.

La partecipazione alla conferenza è gratuita, ma è obbligatoria l’iscrizione online con un numero limitato a 400 partecipanti. Il programma completo della Conferenza e il modulo di iscrizione sono disponibili sul sito della Regione Toscana.

La Conferenza sarà trasmessa in diretta streaming e si potrà seguire anche su Twitter con #confdisabilità.

A tutti i participanti la Regione Toscana, in collaborazione con Cesvot, distribuirà una raccolta di materiali utili alla discussione. I testi delle relazioni che saranno presentate alla Conferenza sono già disponibili online.

Per saperne di più sulla disabilità e i diritti delle persone disabili leggi una selezione di articoli pubblicati su Pluraliweb e i Quaderni Cesvot Disabilità e dopo di noi e L'innovazione in agricoltura sociale.
|2015-01-19 10:54:16|News|Disabilità|regione toscana,inserimento lavorativo disabili,politiche sociali regione toscana,dopo di noi,accessibilità disabili,conferenza regionale sulla disabilità|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8536|Zero botti, la forza di un hashtag||Il web rappresenta la “nuova frontiera”, un Ovest sconfinato|zero-botti-la-forza-di-un-hashtag|public://repository_plurali/2015/01/zerobotti.jpg|

Il web rappresenta la “nuova frontiera”, un Ovest sconfinato e potenzialmente infinito (soprattutto per la pubblicità cosiddetta promozionale), ed il potenziale esplosivo della Rete è la generazione di contenuti da parte di tutti i “navigatori”.



Prima soltanto fruitori passivi dei messaggi, oggi li arricchiscono e rilanciano fino a farli diventare anche molto diversi da quello che erano in origine, come nel caso dell’Ice Bucklet Challenge: la secchiata d’acqua gelata in voga quest’estate, in partenza era sinonimo di tirchieria (o fai una donazione o ti tiri il secchio in capo…) mentre la Rete l’ha trasformata in una forma di endorsement e condivisione con un alto impatto ed una medialità davvero virale.



E’ un mondo nuovo per l’intera popolazione, un modo nuovo per i comunicatori, ma anche un’opportunità per il volontariato di entrare in contatto con pubblici sempre più attenti e desiderosi di vera partecipazione.



La campagna di Anpas #ZeroBotti contro i botti di Capodanno e la paura che provocano negli animali domestici (che possono arrivare a morire di infarto), ci offre uno spunto per mettere in evidenza quanto il buon utilizzo dello strumento hashtag possa fare la fortuna di una campagna.



Prima però una precisazione per capire meglio di cosa stiamo parlando: quando più utenti di un social network come Twitter o Facebook usano un hashtag, ovvero contrassegnano una parola o un'espressione con il simbolo #, tutti i post con quell'hashtag saranno rintracciabili con un semplice clic.



Magari non tutti usiamo Twitter, ma siamo abituati a vedere questo diesis per capire che si sta parlando di qualcosa che succede in Rete; inoltre, se traduciamo hashtag in italiano capiamo molto di più. “Hash” in inglese ha, tra i suoi tanti significati, anche quello di “minuzzoli” (ve la ricordate la fiaba di Pollicino?) e “carne tritata”, mentre “tag”, significa etichetta-segnaposto-marcatore.



Gli hashtag non sono però soltanto una “etichetta minuta” per mettere in evidenza e far seguire un tema, ma sono diventati ormai veri e propri slogan (parola che conosciamo forse meglio, e che in gaelico significa “grido di guerra”). Il mondo della pubblicità sta iniziando a sfruttare appieno i social media e oggi una buona campagna deve anche generare follower su Twitter, fans, amici e like su Facebook, Pinterest, Instagram, Google Plus, Diospera, Flickr, Tumblr etc.



Inoltre, mentre uno slogan ha bisogno di un corposo investimento sui media per essere memorizzato, un hashtag può essere altamente performante come nel caso di #zerobotti senza grandi investimenti. Basta cercare #ZeroBotti su Twitter o guardare i post su Facebook per rendersi conto del grande movimento di opinione generato in pochissimo tempo.



C'è da dire che in questa campagna all'ottimo hashtag si univa la scelta intelligente del tema: la difesa degli animali domestici di fronte alla violenza dei botti. Una causa, quella della tutela degli animali, che va molto forte in rete e in particolare sui social network.



Ma, attenzione, hashtag, like, tweet e re-tweet confinano la pubblicità alla metà del mondo che “naviga” (metà del mondo che però solo 10 anni fa era meno del 15%) escludendo di fatto l’altra metà. Tuttavia fanno percepire a tutti che un messaggio è moderno, aggiornato, al passo coi tempi che corrono.



Spero che i vostri futuri hashtag trasformino un minuzzolo in una valanga, in questi tempi veloci ma minimi di ingerente modernità; un sentiero di minuzzoli da seguire per trovare la strada giusta è sempre una bella favola da raccontare.



Alla prossima e #fatepubblicita!



P.s. Diospera è un fake (il social network vero è Diaspora), inventato da me solo per vedere se eravate attenti!

|2015-01-19 10:30:21|La campagna del mese||social network,difesa animali domestici,anpas nazionale,corretto utilizzo hashtag,zero botti,campagna social|locicero|Bruno|Lo Cicero|bruno.locicero@hotmail.it
8546|Una violenza bestiale|Cura e recupero degli animali maltrattati|Ciro Troiano, fondatore nel 1998 dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia della LAV|una-violenza-bestiale|public://repository_plurali/2015/01/evelina.jpg|Ciro Troiano, fondatore nel 1998 dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia della LAV, lega il suo nome a diverse operazioni di polizia in difesa degli animali e della fauna e a numerose pubblicazioni. Nel “Rapporto Zoomafia 2014.  Illegalità, malaffare e crimini contro gli animali” spicca una dedica a Falcone e Borsellino che merita di essere ricordata.

Scrive Ciro Troiano che la legalità non è solo uno slogan ma è un modo di essere e che “nessuna violenza può essere socialmente accettata e ogni crimine, anche quelli che investono altre specie, deve essere combattuto con decisione e fermezza, perché la legalità non può avere confini, di nessun tipo… L’obbligo che ne deriva è quello di non arrendersi mai, di combattere il male ovunque si annidi, di lottare contro ciò che è ingiusto, di rifiutare i compromessi ed essere intransigenti sui valori, affinché quella ‘bellezza del fresco profumo della libertà’ espanda la sua fragranza in ogni dove della dimensione umana e degli altri viventi”.

E’ dentro questi opposti, nella distanza che c’è fra il maltrattamento e la cura, fra la segregazione e la libertà, fra il sopruso ed il rispetto che ci fa viaggiare il percorso fotografico che ci ha inviato Ottavia Poli, fotografa e volontaria dell’associazione Ihp - Italian Horse Protection e che potete vedere nel nostro profilo Flickr.

DSC_6484Da questo lavoro è nato “Survivors. 12 testimoni della follia umana” il calendario 2015 che ritrae 12 cavalli salvati da Ihp e che contribuirà a finanziare l’associazione il cui lavoro è reso possibile solo grazie a donazioni. E’ un viaggio toccante e rigoroso. Dodici ‘musi’ di cavalli che diventano volti, sguardi, testimonianza del dolore sofferto e delle crudeltà subite. Un mondo di violenza, di abusi e di illegalità del quale ci racconta il presidente dell’associazione Sonny Richichi nell’intervista che pubblichiamo in questo numero.

Italian Horse Protection cerca volontari, per la gestione e la cura dei cavalli, per la raccolta fondi e la promozione dell’associazione, per segnalare eventuali casi di maltrattamento. Un’esperienza straordinaria che merita attenzione. Vi invito a visitare il loro sito www.horseprotection.it|2015-01-18 10:00:17|Il tema|Ambiente e Territorio|editoriale,animali maltrattati,Italian Horse Protection,rapporto zoomafia lav,maltrattamento cavalli|guccinelli|Cristiana|Guccinelli|c.guccinelli@cesvot.it
8547|Porto Volontario: la community del volontariato toscano|Oltre 200 le associazioni che partecipano al network lanciato da Cesvot e Uidu.org|Oltre 200 le associazioni toscane che partecipano network di Cesvot e Uidu|porto-volontario-la-community-del-volontariato-toscano|public://repository_plurali/2015/01/logo-Porto-Volontario.png|Quasi un anno fa Cesvot e Uidu hanno lanciato il progetto “Porto Volontario”, grazie al quale sulla piattaforma Uidu.org è stata creata la social community di Cesvot: un network ‘sociale’, aperto e gratuito, pensato per il volontariato toscano. Sono oltre 200 le associazioni che hanno risposto all’invito e con entusiasmo sono approdate al “porto” di Cesvot, un luogo di incontro, condivisione, offerta, scambio.

Cosa fanno le associazioni di volontariato su Uidu?

1.  Fanno rete. Come nella realtà, anche in questo luogo digitale è possibile stringere nuovi legami con le altre realtà associative del territorio e con le persone che vorrebbero offrire collaborazione. La geolocalizzazione facilita questo incontro: la mappa dettagliata offre un colpo d’occhio immediato sulla realtà non profit locale, sui servizi offerti dalle associazioni e segnala dove si trovano potenziali volontari da contattare.

mappa


2.  Promuovono iniziative, corsi di formazione, appuntamenti e, grazie anche alla funzione di ricerca volontari, chiamano a raccolta chi si rende disponibile a partecipare o aiutare. Le possibilità offerte dalla piattaforma sono molte e le associazioni liberano la creatività per essere originali e attirare l’attenzione. Il calendario delle iniziative facilita poi la visibilità di ciascun appuntamento.

Volontary

3. Raccolgono fondi: dopo aver attivato questa funzione, i visitatori possono contribuire ai progetti dell’associazione con un click su “Dona ora”.

Diapsigra4. Cercano, offrono oggetti o strumenti (noi l’abbiamo soprannominato metodo “Portobello”): c’è chi dismette pc usati ma funzionanti, chi cerca una scrivania per la sede, chi offre materiali di cancelleria… Noi abbiamo provato a pubblicare questo annuncio e la notizia è risultata utile a molte associazioni!

avvisoCesvotNon finisce qui perché c’è un ulteriore spazio dove le associazioni possono farsi conoscere ed è il blog TheWay, il nuovo progetto di Uidu. Qui, nella rubrica Primo Piano, si dà voce alle storie del volontariato: leggete questo bell’articolo che parla dell’associazione Ricilidea di Prato.

Adesso non avete più scuse per non far parte della community Cesvot su Uidu! Ricordate che i nostri segretari di Delegazione sono a vostra disposizione per qualsiasi dubbio e per supportarvi nella registrazione e gestione del profilo. Vi aspettiamo!|2015-01-18 10:40:11|A tutto blog||porto volontario,uidu,social network|giannini|Elisa|Giannini|e.giannini@consulente.cesvot.it
8597|Toscana, laboratorio sui diritti Lgbtq||Il 14 e 15 febbraio a Firenze una due giorni promossa da Azione Gay e Lesbica e Ireos.|toscana-laboratorio-sui-diritti-lgbtq|public://repository_plurali/2015/02/manifesto_web2-Copia.jpg|Azione Gay e Lesbica e Ireos Comunità Queer autogestita, associazioni fiorentine storicamente attive sul territorio sui temi dei diritti, della cultura e della socialità, organizzano l’iniziativa TOSCANA LABORATORIO SUI DIRITTI LGBTQI che si terrà sabato 14 e domenica 15 febbraio presso l’Arci in Piazza dei Ciompi 11 a Firenze.

Sabato 14, dalle 9.30, nel corso del convegno verrà presentata una serie di buone pratiche (rilevanti a livello nazionale e attuate in differenti regioni) sui temi della cultura, della scuola e del welfare.

Interverranno  Alexander Schuster, ricercatore Università di Trento, Camilla Seibezzi, già delegata ai diritti civili, politiche contro le discriminazioni e cultura LGBTQ Comune di Venezia, Giovanni Minerba, direttore artistico Torino GLBT Festival, Rosario Murdica, esperto in progettazione sociale, consigliere nazionale Arcigay,Daniele Del Pozzo, direttore artistico Gender Bender Festival (Bologna) Margherita Graglia, psicoterapeuta e formatrice, Raffaele Lelleri, sociologo, Enzo Cucco, presidente LAMBDA (Torino)

Si confronteranno le prassi e i risultati ottenuti altrove con analoghi progetti o iniziative della Regione Toscana, alla presenza di Giovanna Martelli (Consigliera Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri), Stefania Saccardi (Vicepresidente Regione Toscana), Sara Nocentini (Assessora alla Cultura della Regione Toscana) e Cristina Giachi (Vicesindaca di Firenze ed Assessora all’Educazione)

Domenica 15, dalle 10.30 è previsto invece uno workshop sulle strategie del movimento di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali, sulla questione degli obiettivi comuni e dell’unità del movimento.

Il laboratorio è patrocinato dal Comune di Firenze e dalla Regione Toscana e si avvale della collaborazione di Arci Firenze, Comitato Gay e Lesbiche Prato, Cesvot e Anpas.

Per il programma completo e ulteriori informazioni:
www.azionegayelesbica.it  www.ireos.org
toscanalaboratoriodiritti@gmail.com
|2015-02-09 14:54:36|News|Diritti|diritti lgbtq,pari opportunità,omofobia|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8601|Nota Bene, la voce in radio del volontariato fiorentino||Da lunedì 23 febbraio in onda sulla web radio Quasiradio una rubrica autoprodotta dalle associazioni fiorentine.|nota-bene-la-voce-in-radio-del-volontariato-fiorentino|public://repository_plurali/2015/02/radio-Copia.jpg|Lunedì 23 febbraio alle ore 15.00 andrà in onda la prima trasmissione di Nota Bene, la rubrica della web radio Quasiradio.it autoprodotta dalle associazioni fiorentine per dare voce alla solidarietà e al volontariato del territorio.

Ogni settimana ai microfoni di Quasiradio le associazioni di Firenze potranno raccontare le iniziative che hanno in programma e le attività che svolgono ogni giorno a sostegno delle persone più fragili, a difesa dell'ambiente e dei beni culturali, per promuovere l'accoglienza e costruire una cittadinanza più attiva e solidale.

La rubrica, che dura poco più di mezz'ora, andrà in onda con questa programmazione: lunedì ore 15, martedì ore 19, mercoledì ore 22, sabato ore 10 e domenica ore 17.30. Le trasmissioni saranno disponibili anche in podcast sul sito di Quasiradio.it

Un sentito ringraziamento alle associazioni che hanno partecipato alla realizzazione delle prime tre puntate: Associazione Musicale Fiorentina, Associazione Miopatie Rare, Uildm Firenze, Adina, Cavallo Ambiente, Special Olympics. In particolare a Carlotta Schezzini, Caterina Campanelli, Fabio Pellegrini, Bruno Bartocetti, Mauro Taiuti, Pietro Agosta, Riccardo Bertini e Gianluca Giannini.

Nota Bene nasce da un'idea di Quasiradio con la collaborazione di Cesvot. Chi fosse interessato ad intervenire in trasmissione o a segnalare iniziative e attività da promuovere può scrivere a del.firenze@cesvot.it

 |2015-02-16 17:00:26|News|Comunicazione sociale|volontariato firenze,web radio,quasiradio|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8613|Linfan e Sophie, storia di due volontarie Expo 2015||Chi sono e cosa vogliono i volontari Expo? Il racconto di due giovani toscane|linfan-e-sohie-storia-di-due-volontarie-expo-2015|public://repository_plurali/2015/03/Linfan-Li-1.jpg|A due mesi dall’inizio di Expo 2015 i Centri di Servizio per il Volontariato hanno intervistato 6500 giovani che vorrebbero partecipare al programma “Volunteer Expo” e quindi vivere un’esperienza di volontariato all’interno di questa grande manifestazione internazionale che si svolgerà a Milano dal 1 maggio al 31 ottobre.

In Toscana il Cesvot ha intervistato 285 candidati, tra cui 81 di origine straniera. In particolare un dato risalta su tutti: la multietnicità dei candidati residenti a Firenze. Infatti, se la media dei candidati stranieri residenti  nelle province toscane è del 14%, Firenze (e provincia) spicca con un dato impressionante, il 58% degli aspiranti volontari non è di nazionalità italiana (per saperne di più). Un dato importante, soprattutto se pensiamo che Expo sarà un concentrato di culture provenienti da ogni parte del mondo.

Tutti i volontari per Expo 2015, specialmente i più giovani, guardano a questa esperienza con grande entusiasmo. Molti sono davvero determinati a partecipare, anche perché sentono come proprio il tema che segna questa edizione “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”.

Per capire meglio chi sono i volontari di Expo 2015 abbiamo scelto di raccontare la storia di due giovanissime candidate: Linfan e Sophie.

Linfan ha 23 anni, è nata in Cina e vive da quattro anni in Toscana. E’ simpaticissima, trasmette allegria e parla molto bene italiano. Nel 2010 era in Cina quando Expo si è svolto a Shanghai e appena ha saputo che nel 2015 Expo si sarebbe tenuto a Milano non poteva crederci! Durante l’intervista scherziamo cercando di capire se è lei che insegue Expo oppure il contrario!

Conosce bene il tema di Expo 2015, sa che la carenza di cibo nel mondo è uno dei problemi che ci affliggerà nei prossimi decenni e soprattutto affliggerà i paesi che, come la Cina, sono in continua crescita demografica. Vuole capire come poter dare una mano e rendersi utile. Pur essendo una giovane donna in un paese straniero non sembra sentirsi una ‘estranea’ ma si definisce una “cittadina del mondo”.

Il tema dell’Expo le sta molto a cuore, spera che si riescano a trovare sistemi di produzione che rispettino l’ambiente, che siano sostenibili. Vorrebbe un futuro in cui ci sia cibo per tutti. Quando le chiediamo perché ha deciso di candidarsi volontaria, Linfan ci risponde con una frase che le viene da una filastrocca che ascoltava da bambina: “Il cibo è la vita”. Una frase, spiega Linfan, “che per me è semplice ma fondamentale!”.

Sul finire dell’intervista le chiediamo: dove ti vedi fra cinque anni? E lei: “Forse a Shanghai!” ma poi ci dice che potrebbe restare a Firenze e aggiunge “ovunque mi troverò vorrei una vita colorata”.

Sophie,Quando, invece, abbiamo chiesto a Sophie perché voleva diventare una volontaria di Expo, è partita come un fiume in piena. “Ci sarà il mondo intero a Milano, ci saranno tantissimi paesi e tantissime nazionalità riunite in un solo posto. Forse non avrò mai l’opportunità di girare tutto il mondo; è come fare un viaggio rimanendo fermi!”.

Continua, è inarrestabile. “Mi immagino un miscuglio di gente, di colori, di sapori, di odori… e tantissime voci diverse, tutte le lingue possibili, un sacco di idee, un sacco di diversità, ecco quello che immagino! E tutto riunito lì, all’interno di un unico sito! Poi mi immagino anche di conoscere tante persone nuove…”. Da quando ha cominciato a parlare le si è illuminato il viso, ci racconta una storia ancora da vivere con l’emozione di chi l’ha immaginata già mille volte nella sua testa. Mentre la ascolto mi torna in mente una massima di Bertrand Russel: l’entusiasmo è per la vita quello che la fame è per il cibo.

Vorrei farle altre domanda, quindi la interrompo: “Sophie, non mi hai ancora detto la tua età, dove sei nata, a che scuola vai…”. E lei riparte: “ho quasi 19 anni, sono nata ad Aosta e vado a scuola al Poggio Imperiale di Firenze. Un istituto meraviglioso! E’ bellissimo passare le giornate immersi nell’arte, penso che quasi nessuno abbia questa fortuna. Vediamo opere d’arte ovunque, dalle classi ai corridoi alla sala da pranzo, infatti è un museo a tutti gli effetti, visitabile”.

Mi racconta che a turno fanno le guide all’interno della scuola. Le piace dare sempre il massimo, in ogni cosa che fa ed ha scelto quella scuola proprio perchè ama il confronto tra culture diverse. Vive le classi multietniche come fonte di stimolo per conoscere e comprendere gli altri. Ride quando mi racconta che lei fa parte della “classe degli stranieri”, etichettata così perché c’è un tedesco, un inglese, un ungherese… (mi sembra l’inizio di una barzelletta vecchio stile!). Parla già scorrevolmente quattro lingue e trova entusiasmante poterle usare anche durante una stessa conversazione con i compagni di scuola.

Mi rendo conto che Sophie è più intraprendente e determinata di quanto sembri. Mi racconta che ha scelto questo liceo a soli 14 anni trasferendosi da Aosta e stando in convitto per i primi tre anni. Alla domanda: “cosa vuoi fare dopo la maturità, progetti futuri?”. Ecco il primo momento di indecisione. Sgrana leggermente gli occhi, aggrotta la fronte, lancia uno sguardo in alto a destra, sembra un po’ imbarazzata.

Poi mi dice che si annoia a fare sempre le stesse cose, quindi vuole capire bene cosa fare nella vita. Ancora studio, ma non subito. Il suo problema è che le piacciono tante cose ma non sa cosa scegliere. Quindi “sarebbe avventato” cominciare a studiare qualcosa per poi scoprire che non le piace davvero, potrebbe fare una esperienza lavorativa in Italia o all’estero, per poi decidere a quale università iscriversi. Insomma cambiare un po’, fare qualcosa di diverso da quello che ha fatto negli ultimi anni.

Prima di salutarci ci racconta che quando ha saputo da una amica che cercavano i volontari ed ha visto gli spot sul sito ha pensato: “io devo esserci!”.

Forse il nostro racconto su Linfan e Sophie non è ancora finito. Se diventeranno volontarie di Expo potremmo anche decidere di richiamarle per farci raccontare la loro esperienza a Milano!

Concludiamo, per ora, con una sola constatazione. Molti dei giovani che abbiamo intervistato vivono Expo 2015, non solo come una grande manifestazione di eventi e stand pronti a promuovere prodotti di tutto il mondo, ma anche e soprattutto come un’opportunità di confronto su un tema fondamentale per il nostro futuro. A breve partiranno per Milano con lo spirito di chi vorrebbe conoscere e migliorare il mondo cominciando da un piccolo gesto di impegno.

Qui il servizio di Tg 3 Toscana su Linfan e Sophie.|2015-03-06 15:26:07|News|Giovani e volontariato|centri di servizio per il volontariato,volontari expo 2015,volunteer expo,expo milano 2015|calabro|Giuseppe|Calabrò|g.calabro@cesvot.it
8619|Voce Amica Firenze, la più antica help line d'Italia|Intervista a Marco Lunghi, presidente della più antica help line d'Italia|Parla Marco Lunghi, presidente dell'associazione che compie 50 anni|voce-amica-firenze-compie-50-anni|public://repository_plurali/2015/03/logo_voceamica.jpg|La vostra associazione nel 1963 è stata la prima ad inaugurare in Italia un servizio di ascolto telefonico. Come nasce Voce Amica Firenze e che tipo di servizio offre?

Il nostro servizio di ascolto telefonico è iniziato a Firenze il giorno di Pasqua dell’anno 1964. Era uno dei servizi offerti dal Cic - Centro di Incontri e di Collaborazione, fondato il 16 ottobre 1963 da un gruppo di cittadini con lo scopo di “fornire occasioni di incontro fra le persone che abbiano desiderio o necessità di stabilire contatti sociali”. L’attività di ascolto telefonico prese però talmente campo, nonostante i limitati mezzi a disposizione, che nell’arco di pochi anni divenne l’attività esclusiva dell’associazione che da allora ha sempre operato senza soluzione di continuità.
Poco dopo furono aperti altri servizi come il nostro a Torino, Milano, Genova... Quello che offriamo è un servizio di ascolto telefonico, in forma assolutamente anonima, aperto a chiunque senta la necessità di parlare perché solo o in situazione di disagio. Il servizio viene svolto esclusivamente da volontari che impegnano in modo del tutto gratuito parte del loro tempo per garantire la disponibilità all’ascolto continuativamente dalle ore 16 alle ore 6 di ogni giorno dell’anno, festività comprese. Il numero telefonico per raggiungere il servizio è un numero urbano di Firenze 055 2478 666 ma le telefonate, grazie anche alle tariffe telefoniche “tutto compreso” ormai ampiamente diffuse, arrivano da ogni parte d’Italia.
I nostri volontari sono semplici cittadini che ricevono una formazione specifica ma non sono psicoterapeuti o “addetti ai lavori”. Il nostro obbiettivo non è “curare” ma offrire un preziosissimo servizio di accoglienza telefonica, libera da ogni tipo di giudizio morale, politico, sociale, religioso. Il focus delle nostre conversazioni è la “relazione”, la possibilità di stabilire un contatto umano privo di pregiudizi e libero da ogni condizionamento, affiancandosi e talvolta sopperendo alle carenze delle istituzioni. Non esiste, infatti, nessuna struttura pubblica che offra un servizio simile.

Ci può dare qualche dato? Quante telefonate ricevete all’anno, che tipo di persone vi chiamano?

Difficile darle quale dato perché uno dei principi fondanti di Voce Amica è il rispetto assoluto dell’anonimato delle persone che ci chiamano. A questo fine abbiamo anche esplicitamente richiesto al gestore telefonico di non inviare l’identificativo del chiamante. Nessun numero telefonico appare quindi sul display dei nostri apparecchi telefonici e nessun numero viene associato al “log” delle telefonate memorizzato dal centralino telefonico. Le uniche rilevazioni che possiamo effettuare sono quindi puramente statistiche sul numero di telefonate ricevute, la percentuale di risposte offerte, la durata media delle telefonate. Ma senza poter distinguere le chiamate in base alla zona di provenienza e alle caratteristiche personali del chiamante (età, sesso, livello d’istruzione, attività svolta, situazione familiare, ecc.). Ecco comunque qualche dato: i nostri telefoni squillano 70mila volte all’anno, quasi 200 volte al giorno ma le conversazioni effettive sono 18-20mila l’anno, circa 50 al giorno.

Perché l’anonimato di chi chiama e di chi ascolta è così importante?

Vorrei cominciare con lo sfrondare la parola anonimato dai significati accessori che istintivamente tutti tendiamo ad attribuirle: qualcosa di subdolo, legato a sotterfugio e viltà, come nel caso di una lettera anonima, qualcosa che miri ad interferire con la vita degli altri, o persino a danneggiarla, permettendo però di rimanere nascosti e invulnerabili. Nel caso di un servizio come il nostro, c'è un completo ribaltamento di prospettiva: il volontario anonimo e l'utente anonimo si trovano a condividere uno spazio di libertà quale raramente è possibile trovare nella vita reale. Provate per un attimo ad immaginare come possa essere rassicurante e rilassante, per una persona che telefoni a Voce Amica - che evidentemente soffre della mancanza di  ascolto e di accoglienza - potersi presentare come preferisce: con il suo nome o con un altro, con tutti i suoi problemi o solo con quelli che, al momento, ha  voglia di rivelare, con la cruda verità della sua vita o con la fantasia di come vorrebbe che fosse… Con l'impunità, perfino, di esprimere aspetti diversi di sé facendosi passare, ogni volta, per un uomo o una donna diversi. Da noi sarà sempre al sicuro!

Quanti sono i volontari di Voce Amica e in che modo li preparate al servizio?

I volontari di Voce Amica Firenze sono circa 50 ma posso annunciare con grande soddisfazione che quest’anno, grazie all’ingresso dei partecipanti all’ultimo corso di formazione, arriveremo a quota 71, numero del tutto ragguardevole, anche guardando a realtà simili alla nostra. Per diventare volontario nella nostra associazione occorre un corso di formazione specifico (incontri settimanali per 3 mesi), innanzi tutto per conoscere ed esser certi di condividere i nostri principi ispiratori. Naturalmente durante il corso non si impara a stare al telefono! Ormai quasi tutti possono vantare una certa dimestichezza col telefono ma la confidenza col mezzo non è affatto garanzia di avere anche quella speciale disponibilità ad ascoltare persone sconosciute che si trovano in situazione di disagio o di solitudine.
Chi intenda avvicinarsi ad un tipo di volontariato così particolare come il nostro deve necessariamente riflettere sulla propria capacità di mettersi all’ascolto di persone e situazioni anche molto diverse dal proprio modo di essere; soprattutto è necessario che sappia accogliere senza giudicare, senza intromettersi in alcun modo nella vita di chi si rivolge proprio a noi per sentirsi meno solo. Dato poi che il nostro servizio viene svolto nel rispetto del più assoluto anonimato è richiesta al volontario anche la capacità, non usuale né scontata, di essere di aiuto a qualcuno senza poi avere alcun riscontro concreto del proprio operato.

Locandina
Anche per via dell’anonimato, il vostro è un volontariato poco conosciuto e, almeno apparentemente, anche poco gratificante. E allora perché diventare volontario di Voce Amica?


Il primo buon motivo per diventare volontario di Voce Amica è lo stesso che spinge ad avvicinarsi a qualsiasi altro servizio di volontariato, cioè quello della solidarietà, ovvero essere di aiuto a qualcuno. Certo, è vero che a Voce Amica le ragioni della gratificazione sono meno evidenti e vanno ricercate ad un livello più profondo. L’anonimato ci impedisce di essere riconosciuti, di metterci la faccia, di sapere se e quanto siamo stati utili a chi ci ha chiamato. L’anonimato ci impedisce anche di parlarne con amici e conoscenti! Eppure, in quello spazio preciso e limitato della telefonata c’è tutto quello che ci serve per farci sentire profondamente gratificati dal nostro servizio. Attraverso un mezzo che può sembrare freddo e che mantiene tutta la distanza che c’è fra operatore ed utente, si crea il miracolo della relazione: due persone si incontrano, una in stato di bisogno e l’altra lì, disposta ad accogliere, per quel tempo stabilito, la persona che chiama, nella sua specificità, nella sua esigenza di essere riconosciuto esattamente per quello che è.

Ci racconta una tra le tante telefonate, storie che ha ascoltato in questi anni?

Se me lo permette, anziché una telefonata, vorrei raccontare la storia di una notte, di un turno 0-6, come lo chiamiamo noi. Un turno che avrebbe potuto anche non esserci: si sa, d'estate tutto rallenta o si ferma, perché non il volontariato? A Voce Amica, invece....

C'è un momento di pausa, il primo e sono già le 3. Dalla finestra aperta arrivano ancora rumori, in questa notte d'estate. Una musica attenuata, da qualche locale non ancora chiuso. Turisti che chiacchierano passeggiano, sembrano giovani, ridono. Qui da noi, è un altro mondo. E' pieno di voci: quelle di poco fa, che risuonano ancora nelle mie orecchie un po' affaticate, quelle che, ne sono certo, tra poco affolleranno di nuovo le linee, fino alle 6. Solo voci, niente volti, niente espressioni del viso. Da quando faccio il volontario mi sono accorto che un sorriso, semmai riesco a suscitarlo dall'altra parte della cornetta, ha un suo suono.... non so spiegarmi meglio, però so che chi chiama riesce a trasmettermelo.

Milioni di chiamate, o almeno così mi pare, in questa notte d'agosto. I nostri soliti, che ci chiamano spesso, più altri che non conoscevo, tanti. Li ho ascoltati centinaia di volte ma stanotte, mentre mi subissano di parole, li sento più soli del solito, forse perché li immagino un po' sperduti nelle loro città semi-deserte per le vacanze… degli altri! Si ancorano un attimo al numero di Voce Amica, piccolo faro nel buio delle 2, delle 4, delle 5, si ristorano un po', in un ascolto che nutre; si rinfrancano, magari, e poi riprendono il mare, chissà per dove, forse rincuorati. Mi lasciano, nelle migliaia di parole che sento, frammenti di solitudini, ossessioni ripetute senza fine, confidenze, segreti, qualche banalità. Già, banalità: così le avrei etichettate prima dell'esperienza di Voce Amica. Invece, una delle cose che ho imparato è che non esiste piccola cosa di ogni giorno, persino un dubbio sulla ricetta del minestrone, che non si abbia voglia di condividere con qualcuno, di raccontare, per liberarla dal silenzio in cui ci toccherebbe viverla, senza testimoni del nostro esistere.

Chi mi ha chiamato, stasera? La signora Antonia, che ci telefona da anni, apparentemente indifferente a chi le risponde perché vuole parlare, parlare, parlare solo lei, e guai se t'inserisci nel suo monologo! Questa volta, però, si è congedata dicendomi Grazie! Lei mi ha aiutato. Per la prima volta. Una piccola, calda soddisfazione per me, in questo piccolo spazio che è la telefonata.

Poi,  Annalisa, manager di successo, brillante e super-impegnata: ogni giorno, tante sfide. Quasi ogni sera, eventi e cene di lavoro. Ma la notte, la solitudine di una donna che non riesce a trovare un compagno innamorato e leale, una solitudine che la fa sentire piccola e spaventata, perché sono anni che la sua vita è così. Una donna diversa da quella che tutti, di giorno, vedono. Anche Mariano si è fatto vivo: vecchio, senza famiglia, chiama sempre per sapere se c'è qualcuno di turno, stanotte, così, ci ripete, va a letto più tranquillo. Sa che, se si svegliasse senza poi riuscire a riaddormentarsi, potrebbe telefonarci per passare una mezz'ora in compagnia, e questo gli dà tranquillità. Mi ha toccato il cuore quando ha aggiunto Che bravi che siete! Persino d'agosto rimanete con noi!. Verso le 5.30, ne sono sicuro, sentirò Giulio, che mi augurerà il buongiorno e, premuroso come tanti dei nostri utenti, che ricambiano il nostro ascolto con sincera amicizia, mi chiederà se il turno è stato faticoso, se sono riuscito a fare un pisolino e magari uno spuntino.

Un signore poco fa si è arrabbiato con me quando ho dovuto rimandarlo per la terza volta (purtroppo avevo sempre altre telefonate in corso). Ha detto che sono un cattivo volontario, che il servizio è mal organizzato e altro ancora. Ho cercato di spiegargli il motivo di questo inconveniente, di accogliere la sua momentanea delusione. Ci sarò riuscito? Speriamo! E speriamo che abbia voglia di richiamare ancora.

Qualcuno telefonerà per buttarmi addosso rabbia, pessimismo, sconforto infinito per una vita che non è come la vorrebbe: Non è giusto! Tutti sono al mare con la famiglia, e a me non mi vuole nessuno, che cos'ho io meno degli altri? Il mondo è uno schifo!. Ascolterò, senza contraddire né ridimensionare questa sofferenza con consigli superficiali e ambiziosi. Sono solo un volontario, io, mica un maestro di vita! Gli comunicherò, in tutti i modi possibili, il messaggio che davvero posso, possiamo dargli: Ci sono. Sono qui. Però, a volte, come in questa notte d'agosto, mi chiedo Quello che facciamo serve davvero?” In fondo, noi volontari siamo pochi, gli utenti sono troppi, hanno problemi profondi e noi possiamo ben poco per loro…. Ma mi passa presto: se Voce Amica funziona da 50 anni c'è il suo motivo! Suona il telefono: la notte d'agosto è ancora lunga. Alle 6, tirerò giù il bandone. Domani alle 16 un altro volontario ricomincerà a rispondere.|2015-03-06 16:03:22|Storie|Welfare e terzo settore|telefono amico,voce amica firenze,help line,ascolto telefonico|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8628|Oltre 30 i servizi di ascolto telefonico sul territorio nazionale|A chiamare soprattutto maschi tra 36-65 anni con problemi di solitudine e relazionali|A chiamare soprattutto maschi tra 36-65 anni con problemi di solitudine |oltre-30-i-servizi-di-ascolto-telefonico-in-italia|public://repository_plurali/2015/03/charlie1.jpg|Prima di suicidarvi, telefonatemi. Questo il motto di Chad Varah, il prete protestante che nel 1953 creò a Londra The Samaritans Service, il primo servizio di ascolto telefonico pensato per prevenire il suicidio. Inizialmente gestivo una sorta di consultorio – racconta Varah - e affinchè le persone pazientassero avevo assunto dei volontari che si occupavano di servire il tè. Scoprii che l’ascolto attivo che i volontari accordavano a miei visitatori era molto più efficace di ciò che potevo fare io, si trattava in sostanza di ascolto terapeutico.

Quell’idea ebbe grande fortuna e in pochi anni fece il giro del mondo. In Italia il primo servizio di ascolto telefonico nasce a Firenze nel 1964 con Voce Amica (leggi l’intervista al presidente Marco Lunghi), mentre nel 1967 viene istituita l’associazione Telefono Amico che oggi conta 700 volontari e 20 centri in tutta Italia che operano 365 giorni, festivi compresi (numero unico nazionale 199 284 284).

Due i principi che regolano l’attività di Telefono Amico: il rispetto dell’anonimato di chi chiama e di chi ascolta e il riconoscimento della piena libertà di chi si rivolge al servizio. Come si legge nella Carta Nazionale del Telefono Amico, chi chiama è rispettato e accolto nella sua totalità e nell’interezza della sua problematica, non proponendo risposte risolutive ai problemi ascoltati, quanto piuttosto mirando a metterlo nella condizione di operare liberamente le proprie scelte. Il servizio non sarà influenzato da pressioni di qualsiasi natura e sarà di conseguenza aconfessionale ed apartitico”.

Altro punto fondamentale è la gratuità: chi risponde al telefono è sempre un volontario perché, si legge ancora nella Carta, ciò garantisce “la freschezza del servizio ed evita che il volontario ascoltante cada nella professionalità specialistica”.

Telefono Amico Italia aderisce a Ifotes - International Federation Of Telephone Emergency Services, organismo che - con sede in Svizzera - raccoglie dal 1967 le associazioni nazionali dei servizi di emergenza telefonica e che il prossimo 23-24 ottobre terrà uno dei suoi meeting internazionale proprio in Italia, a Udine. Ad oggi aderiscono a Ifotes 400 centri: complessivamente contano 22mila volontari che ricevono 4 milioni di telefonate all’anno e 110mila email/chat. Sì, perché alcuni centri offrono anche un servizio via email o chat.

Come Telefono Amico che con Mail Amica - Mail@micaTAI permette a chiunque, previa registrazione, di contattare i volontari anche via email. Per garantire l’anonimato Telefono Amico non registra nome e password e l’utente può scegliere se ricevere o no risposta. Dopo 65 giorni dall’ultimo messaggio l’account viene automaticamente cancellato (per saperne di più leggi l'approfondimento su Cittadini di Twitter).

Oltre alla rete di Telefono Amico Italia, dal 1999 esiste anche il Coordinamento Telefono Amico Cevita che raccoglie 11 centri, gran parte dei quali localizzati in Piemonte, Liguria, Calabria (numero unico nazionale 02 99777), che ogni anno rispondono complessivamente ad una media di 80mila chiamate. In Lombardia tutte le linee di aiuto telefonico possono contare su un coordinamento regionale che si occupa soprattutto di promuovere la formazione dei volontari.

La Toscana può contare su tre centri: l’antesignano Voce Amica Firenze con 70 volontari, il Telefono Amico di Prato che, nato nel 1982 grazie ad un gruppo di volontarie della Misericordia, oggi conta 35 volontari e Charlie Telefono Amico fondato a Pontedera nel 1990 con 30 volontari (guarda lo spot tv).

Tutti offrono ogni giorno ascolto a chi vive situazioni di disagio e solitudine. Come emerge dall’ultimo rapporto di Telefono Amico a chiamare sono soprattutto maschi (65%) tra 36 e 65 anni, con una predominanza di uomini tra 46 e 55 anni (25,6%), che vivono soli, in prevalenza pensionati (28%), seguiti dai lavoratori dipendenti (14%). I non occupati o disoccupati sono il 6%.

Nel 2013 hanno chiamato i 20 centri di Telefono Amico quasi 50mila persone (il 29% residenti nel nord est d’Italia) che tra le ragioni di questo contatto hanno indicato il bisogno di compagnia (22%). Tuttavia il 18% degli utenti non ha saputo indicare un problema specifico che forse sta a significare – scrivono nel rapporto – un disagio emotivo difficile da gestire e da comunicare.

Il 43,8% delle chiamate sono, invece, motivate da problemi della cosiddetta “area del sé” (solitudine, problemi esistenziali, cambiamenti di vita, ecc.), seguono i problemi relazionali e affettivi (13,1%) e le questioni legate alla sfera sessuale (12,7%). Interessante sottolineare che dal rapporto 2012 sembrano in aumento i problemi legati ad una infermità e alla difficoltà di assistenza di una persona non autosufficiente.

[Foto di F. Silvi, per gentile concessione de Il Tirreno, edizione Pontedera].|2015-03-09 12:21:28|Non solo numeri|Welfare e terzo settore|telefono amico,ascolto telefonico,prevenzione suicidi,chad varah|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8635|Telefono Amico|Viaggio tra i volontari dei centri di ascolto|“Uomo, età tra i 31 e i 50 anni, single e più in generale solo”. Recita così il Rapporto di Charlie Telefono Amico|telefono-amico|public://repository_plurali/2015/03/disegno_telefono_charlie_Pagina_1.jpg|“Uomo, età tra i 31 e i 50 anni, single e più in generale solo”. Recita così il Rapporto sociale 2013/2014 di Charlie Telefono Amico di Pontedera al cui Numero Verde 800.863.096 arrivano circa 3mila telefonate l’anno. Nato nel 1990, può contare su una squadra di 30 volontari ed è in grado di raccontare, attraverso i suoi dati, l’evoluzione della società (guarda lo spot video).

“In quasi 25 anni tutto è cambiato – spiega il presidente della Fondazione Charlie Onlus, Angelo Migliarini - la situazione economica, il quadro sociale e perfino l’immaginario del nostro Paese, le tecnologie della comunicazione... Ciò che non è cambiato è il grande bisogno di essere ascoltati che emerge dalle telefonate”.

Per rispondere a questo bisogno ci sono, in Italia ed in Toscana, una galassia di “telefoni amici” nati proprio per dare ascolto, gratuitamente e nel più completo anonimato (di chi chiama e di chi riceve), a persone in sofferenza. Centinaia di volontari che ricevono migliaia di telefonate ogni anno.

Un territorio di libertà, di rispetto, di relazione, garantito da volontari formati “a riflettere sulla propria capacità di mettersi all’ascolto di persone e situazioni anche molto diverse dal proprio modo di essere… per accogliere senza giudicare, senza intromettersi”, come ci racconta in una bella intervista Marco Lunghi, presidente di Telefono Voce Amica Firenze. Una realtà nata nel 1964, mai interrotta, che festeggerà i suoi 50 anni il prossimo 18 aprile, a Palazzo Vecchio. Un patrimonio di questa città.

Un’esperienza molto intensa quella che ci raccontano i volontari con i quali abbiamo parlato. Un’esperienza che condividono con difficoltà, allenati come sono a proteggere coloro che incontrano dall’altro capo del telefono, quasi non bastasse l’anonimato a difenderli da sguardi indiscreti che potrebbero giudicare e non comprendere.

Ed è la notte a farla da padrona, quando la solitudine può diventare ansia, paura e smarrimento. “Un ascolto che nutre, che rinfranca, che rincuora”, dice ancora Marco Lunghi, “frammenti di solitudine, ossessioni ripetute senza fine, segreti”. Mai banalità però. “Una delle cose che ho imparato - continua Lunghi - è che non esiste piccola cosa di ogni giorno che non si abbia voglia di condividere con qualcuno”.

Perché sapere che qualcuno ti risponderà e ti ascolterà fa la differenza.

Grazie a tutti le volontarie e i volontari dei tanti Telefono Amico!

*L'illustrazione che accompagna questo articolo è stata donata da Francesca Barberi a Charlie Telefono Amico.|2015-03-09 12:14:32|Il tema|Welfare e terzo settore|editoriale,telefono amico,ascolto telefonico|guccinelli|Cristiana|Guccinelli|c.guccinelli@cesvot.it
8639|Le 5 regole d’oro per il fundraising online||Fundraising digitale per il volontariato: i consigli di Emanuele Gambini |le-5-regole-doro-per-il-fundraising-online|public://repository_plurali/2015/03/Img_fundraising.jpg|Fino a qualche anno fa, parte del volontariato riteneva che non fosse così rilevante occuparsi del fundraising e della comunicazione promozionale. Le cose sono sensibilmente cambiate e oggi anche le organizzazioni di volontariato comprendono come sia cruciale dotarsi di adeguate strategie e strumenti anche su queste aree.

Tutte le associazioni, piccole o grandi che siano, stanno infatti facendo i conti con la paura di non riuscire a trovare nuovi volontari o sufficienti risorse economiche per svolgere le proprie attività. Avvertono quindi l’urgenza di organizzare in maniera adeguata il fundraising e di comunicare le loro necessità ai potenziali donatori (di tempo e di denaro), magari utilizzando nuovi canali quali i social network, il sito web, il blog, la newsletter ecc.

Il digital fundraising, espressione con la quale si identificano le diverse strategie di web marketing applicate alla raccolta fondi (e alla ricerca volontari), oltre che le varie forme di crowdfunding (letteralmente finanziamento dalla folla), rappresenta un insieme di nuove incredibili opportunità per il volontariato.

La facilità di accesso ed utilizzo di alcuni di questi strumenti, genera tuttavia un equivoco, che cioè sia facile (automatico) raggiungere efficacemente e in maniera convincente i propri potenziali volontari o i propri potenziali donatori, solo perché si è online e tutti possono facilmente trovarci. Non è così e spesso le stesse associazioni restano deluse alla prova dei fatti.

Lo scorso anno, proprio andando incontro a queste nuove necessità di approfondimento, Cesvot ha realizzato un e-book sul crowdfunding, a cui ho partecipato insieme ad altri autori, marcando appunto alcuni di questi elementi fondamentali. Cesvot stesso sta offrendo alle associazioni nuove opportunità di riflessione e sviluppo, anche con alcuni progetti speciali (ad es. Porto Volontario con uidu.org, un social network dedicato al mondo del volontariato), proprio per accompagnarle in maniera innovativa all’uso degli strumenti digitali.

E se vuoi un fundraising digitale di successo, ecco le cinque regole d’oro:


  1. Conosci il target
    Devi poter conoscere coloro ai quali ti rivolgi e il loro comportamento. Possiamo conoscere le persone che hanno sostenuto la nostra causa, ci sono molti strumenti per poter interagire con loro, per capire le loro motivazioni e i loro sentimenti, senza fermarci solamente al puro dato statistico o economico.

  2. Pianifica i tuoi contenuti
    Blog, sito web, Facebook, Twitter, Youtube.. averli tutti non vuol dire comunicare, e utilizzarli tutti non vuol dire farlo bene. I contenuti vanno scelti e pianificati con attenzione, ogni canale deve avere il suo stile comunicativo perché raggiunge target di pubblico diversi.

  3. Focalizzati sugli obiettivi
    il tuo obiettivo deve essere chiaro (soprattutto a te!) e devi lavorare solo per raggiungere quello. Se stai raccogliendo fondi utilizza le strategie online SOLO per la raccolta, se cerchi volontari focalizza la tua attenzione su questo. Se hai troppi obiettivi rischi di non raggiurgerne nemmeno uno!

  4. Impara dagli errori e fai nuovi test
    Ti sei mai chiesto come si fa a diventare bravo a pianificare campagne digital di raccolta fondi? Sbagliando! Non tutte le scelte fatte portano i risultati sperati, per il futuro basta cercare i motivi del fallimento e evitare di commettere i soliti errori. Ma non basta, bisogna anche saper migliorare i propri successi. Per questo è importante testare sempre cose nuove, nuovi argomenti, nuovi layout, nuovi stili di comunicazione.

  5. Misura!
    “Tutto è tracciato”, uno degli aspetti vincenti delle strategie digitali: ogni pagina vista, ogni clic, ogni interazione dell’utente con voi è tracciata, è possibile capire esattamente le conseguenze (positive o negative) di una scelta, di una modifica al sito, di un cambio di immagine sui social.. e se non stai tracciando niente di tutto ciò, non aspettare oltre!


Emanuele Gambini è amministratore di Myfundraising srls - www.myfundraising.it, su Twitter @myfundraisingit|2015-03-09 11:53:20|A tutto blog||Raccolta Fondi Per Associazioni,crowdfunding,porto volontario,fundraising volontariato,crowdfunding volontariato|gambini|Emanuele|Gambini|eg@emanuelegambini.it
8644|“Sembra banale, ma non lo è”. Parola di Paolo Ruffini!|Tra le campagne di Pubblicità Progresso anche lo spot tv di Charlie Telefono Amico|Tra le campagne di Pubblicità Progresso anche lo spot tv di Charlie Telefono Amico|sembra-banale-ma-non-lo-e-parola-di-paolo-ruffini|public://repository_plurali/2015/03/charlie.jpg|Il telefono è ancora il più potente ed immediato strumento di comunicazione tra esseri umani lontani, e a differenza del web permette il contatto con l’udito, che insieme all’olfatto e al gusto è uno dei sensi umani con la maggiore capacità di memoria.

Come naviganti sperduti tra le onde della nostra giornata, ognuno di noi oggi porta in tasca un telefono, pronti alla connessione in qualunque istante, anche per chiedere aiuto nel momento in cui ne abbiamo bisogno; avere un telefono in tasca è diventato quindi anche una specie di ancora di salvataggio, un salvagente elettronico senza il quale ci sentiamo sperduti, isolati, più soli.

Nell’alfabeto nautico, Charlie significa “affermativo” oppure “ok-ricevuto”; quando da una nave qualcuno ha recepito il messaggio ed è disposto all’ascolto risponde “Charlie”, così chi parla è sicuro che la sua richiesta è giunta a destinazione.

E’ per questo che trovo molto evocativo il nome CHARLIE per una associazione che fa dell’ascolto di richieste d’aiuto la sua missione quotidiana; inoltre, trovo che l’uso di un nome semplice e memorizzabile renda più efficace la proposta, più memorizzabile il messaggio, più amichevole il contatto.

Trovo anche molto importante che una associazione come Telefono Charlie operi a Pontedera, in un’area del territorio (a differenza delle grandi città) che sembrerebbe immune da questo tipo di necessità; avere un servizio che aiuta semplicemente ascoltando è quindi una grande risorsa, e lo è ancora di più se dall’altro capo del filo (come nel caso di Charlie appunto) si ha la certezza di un ascolto competente, appassionato e anche vicino di casa.

La promozione di Telefono Charlie è stata affidata a uno spot Tv, ed alla recitazione per a artificiosa di Paolo Ruffini, attore e doppiatore comico livornese che più volte ho visto prestare la sua popolarità ad azioni di promozione sociale.

Molto spesso i personaggi famosi concedono la loro popolarità a testimonianza di associazioni di volontariato, e per fortuna il trattamento creativo di questa popolarità non indugia nella agiografia del personaggio: finalmente, infatti, anche le persone di spettacolo hanno imparato un rapporto adulto con questa forma di solidarietà.

Paolo è un ragazzo giovane, e per quanto ho potuto vedere in questa sua prima parte di carriera, il rapporto con il sociale ce l’ha proprio nel sangue; la dimostrazione sono i 20 secondi nei quali descrive l’associazione, il servizio ed il vantaggio del suo utilizzo, con quella scanzonatura tipicamente giovane e toscana che alleggerisce, rassicura e colpisce.

Né mi pare che Ruffini inflazioni la sua presenza di testimonial, trovando sempre chiavi di lettura diverse per sostenere con la propria popolarità le azioni di volontariato; anche questa è una dote, che se ben coltivata rappresenta una risorsa importante.

Il resto dello spot è il numero di telefono, che campeggia in grande evidenza dando la giusta centralità all’obiettivo di comunicazione; l’ironia sottile, la semplicità, i riferimenti puri alla toscanità anche nel linguaggio sono patrimonio riconosciuto dell’attore Paolo Ruffini, e si riverberano positivamente anche sull’associazione (questo la pubblicità con testimonial deve fare).

“Tanta roba… sembra banale, ma non lo è”.

Alla prossima, e fate pubblicità!!!

Post scriptum. Giovedì 19 marzo al Palazzetto dello Sport di Pontedera lo spot di Telefono Charlie sarà presentato alle scuole. Parteciperà anche Paolo Ruffini.|2015-03-09 12:12:27|La campagna del mese|Comunicazione sociale|pubblicità progresso,videocomunicazione sociale,telefono amico,paolo ruffini,charlie associazione pontedera|locicero|Bruno|Lo Cicero|bruno.locicero@hotmail.it
8686|A Colle Val d'Elsa un incontro sugli stereotipi di genere||Il racconto di Barbara Bertocci, operatrice del Centro antiviolenza Donne Insieme Valdelsa|a-colle-valdelsa-un-incontro-sugli-stereotipi-di-genere|public://repository_plurali/2015/03/logo-div.jpg|Pubblichiamo un intervento di Barbara Bertocci, operatrice del Centro antiviolenza Donne Insieme Valdelsa sull'incontro tenutosi sabato 14 marzo a Colle Val d'Elsa.

“Di genere si può morire: conoscere per capire, per educare e per cambiare” è il titolo del convegno realizzato dal Centro Antiviolenza Donne Insieme Valdelsa lo scorso sabato 14 marzo presso la Biblioteca comunale “Marcello Braccagni” di Colle Val d’Elsa (Si). L'incontro, che aveva lo scopo di avviare una riflessione sugli aspetti politici, culturali e sociali che ruotano intorno agli stereotipi di genere, ha visto una buona partecipazione coinvolgendo persone diverse per generazione e posizioni professionali.

Dopo i saluti dell’assessora Michela Moretti (assessora pari opportunità, Comune di Colle Val d’Elsa), Angelina Gerardi (coordinatrice Commissione Pari Opportunità Val d’Elsa) ha esplicitato la grande collaborazione esistente con il Centro Antiviolenza e ha ripercorso il lavoro svolto sul territorio negli ultimi anni che ha coinvolto gli enti pubblici, le scuole e tutta la cittadinanza.

A seguire un’operatrice del Centro antiviolenza ha spiegato la necessità di aprire il dibattito sugli stereotipi di genere che imperversano in una società in cui esiste un forte retroterra culturale patriarcale. La parte centrale dell’evento è stata curata da Lorella Zanardo, autrice di alcune delle pagine più lette nel nostro paese sulla così detta “questione di genere” e del documentario “Il corpo delle donne”. La scrittrice e blogger ha dialogato con il pubblico sull’oggettivazione del corpo femminile e sul diversificato comportamento dei media rispetto agli uomini ed alle donne.

Nel dibattito stimolato da un’operatrice del Centro Antiviolenza, sono stati smascherati gli stereotipi culturali che, ancora oggi, sostengono, occultandola, la violenza maschile contro le donne. Altro messaggio fondamentale è stato quello di educare al genere fin dalla scuola elementare in modo tale da sviluppare una cultura del benessere basata sulla parità di genere.

Le volontarie del Centro Antiviolenza hanno dichiarato la loro soddisfazione per questo evento che ha regalato ai presenti tanti spunti di riflessione. In questa circostanza è stato possibile rimettersi in gioco sia come donne che come uomini e riflettere su un’insieme di concettualizzazioni che sembrano scontate ma che invece, sono forme stereotipate che spesso rimangono invisibili ai nostri occhi.

valdelsaL’incontro è stato finanziato dal Cesvot e ha avuto successo grazie anche ai numerosi partner: Centro Pari Opportunità dell’Alta Val d’Elsa; Unione dei Comuni dell’Alta Val d’Elsa; Fondazione Territori Sociali Altavaldelsa; Biblioteca Comunale “Marcello Braccagni” di Colle Val d’Elsa; Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in rete contro la violenza”; Associazione Amica Donna; Associazione Aurore; Associazione Atelier Vantaggio Donna, Casa delle Donne per non subire violenza e Associazione dei Diritti degli Anziani della Provincia di Siena|2015-03-18 10:51:05|News|Donne|violenza sulle donne,pari opportunità,stereotipi di genere|redazione|Redazione||redazione@cesvot.it

8105|Tutti i bambini hanno il diritto di giocare|Intervista a Claudia Protti che insieme a un’altra mamma ha creato il blog “Parchi per tutti”|Intervista a Claudia Protti fondatrice del blog “Parchi per tutti”|tutti-i-bambini-hanno-il-diritto-di-giocare|public://repository_plurali/2015/07/bolzano-5269-Copia.jpg|“Parchi per tutti” è diventato in pochi mesi un blog di successo e una pagina su Facebook con 5mila likers. Come nasce la vostra idea?

L’idea di aprire blog e pagina Facebook nasce dopo l’ennesima faticosa visita al parco giochi insieme a Samuele e Cristian (rispettivamente figlio mio e di Raffaella). Barriere architettonichecome gradini ed erba alta e giochi adatti solo a bambini normodotati. Cristian usa la carrozzina per muoversi e non è in grado di superare un gradino in autonomia con la propria carrozzina così come non è in grado di salire le scale per usare lo scivolo anche se può alzarsi dalla carrozzina. I parchi giochi delle nostre città sono quasi tutti così: non accessibili ai bambini con disabilità. Io e Raffaella abbiamo pensato che potevamo fare qualcosa di piccolo ma importante: sensibilizzare le persone sul diritto al gioco e far conoscere i giochi inclusivi. È questo lo scopo di pagina Facebook e blog. Non ci aspettavamo tanto successo ma siamo ben felici di apprendere che l’argomento interessa a tante persone. Ogni giorno riceviamo messaggi in cui ci viene chiesto come fare a realizzare un parco nella propria città, quali ditte vendono giochi inclusivi, dove sono dislocati i parchi inclusivi già esistenti. Abbiamo anche un obiettivo concreto: riuscire a ottenere un parco giochi per tutti a Santarcangelo di Romagna.

Spieghiamo bene cosa significhi parco ‘accessibile’. Come deve essere progettato, con quali giochi e cosa è assolutamente indispensabile?

Un parco accessibile è un luogo a cui tutti possono accedere senza problemi. Niente barriere architettoniche, percorsi per non vedenti e soprattutto giochi per tutti. Questa si chiama accessibilità e inclusività perché non basta abbattere le barriere, bisogna anche installare giochi che possano essere usati da tutti i bambini. A volte basta poco: un’altalena a cestone che, a differenza di quella classica con la tavoletta di legno o plastica appesa a due catene, permette di stendersi al suo interno e dondolare anche a chi non ha forza ed equilibrio. Rampe al posto delle scale come accesso ad una nave o ad un castello e pannelli sensoriali posizionati in modo che possano essere utilizzati anche da chi è seduto. Di parchi giochi inclusivi in Italia ce ne sono alcuni, ognuno con caratteristiche diverse come quello di Lissone dove è presente anche l’altalena per carrozzine o quello di Vercelli con il bilico munito di schienale e Fontaniva con il suo tunnel gigante accessibile proprio a tutti. Una cosa che non deve mai mancare è l’accessibilità, questa deve essere garantita a tutti. Naturalmente i giochi devono poter essere usati da bambini con diversi tipi di abilità anche se non è facile trovare giochi che possono essere usati proprio da tutti visto che le disabilità sono tante e varie.

Altalena

Sul vostro blog insistete molto sul diritto al gioco per tutti i bambini, sancito anche dalla Convenzione internazionale sull’infanzia. Ma quale è la situazione dei parchi nel nostro Paese e quali sono le maggiori difficoltà che incontrano i bambini disabili?

I parchi giochi inclusivi in Italia sono ancora pochi, la maggior parte, pur non avendo giochi inclusivi, non sono neppure accessibili e questo è un danno sia per i bambini con problemi motori ma anche per una mamma che usa il passeggino per il proprio bimbo o per un anziano che usa il bastone. L’accessibilità purtroppo in Italia non si sa cosa sia. Ci sono barriere ovunque e non ci si rende conto che per tante persone un piccolo gradino significa non poter accedere allo spazio che si trova oltre a quei cinque o dieci centimetri. Non conosco i numeri, in percentuale, dei vari tipi di disabilità che colpiscono i bambini, io ne conosco alcuni con disabilità motoria e vi assicuro che poter accedere al classico parco o riuscire a utilizzare uno o due giochi è quasi impossibile per loro. Gradini, ghiaia, erba alta, altalene senza protezioni, idem per i giochi a molla…

Parchi per tutti nasce anche per sensibilizzare le amministrazioni locali. In che modo si può ‘convincere’ un Comune a progettare parchi accessibili, soprattutto in tempo di crisi? Voi come avete fatto?

Io e Raffaella abbiamo scelto di intraprendere da sole la strada per richiedere un parco giochi inclusivo all’amministrazione comunale inviando prima di tutto una lettera che abbiamo fatto protocollare. Successivamente abbiamo coinvolto alcune associazioni chiedendo loro di sostenere la nostra richiesta inviando a loro volta una. Abbiamo coinvolto i quotidiani locali inviando articoli in cui abbiamo raccontato la nostra esperienza al parco e contattato anche il garante per l’infanzia che a sua volta ha dichiarato di appoggiare la nostra iniziativa. Per ultimo abbiamo chiesto un appuntamento con il Sindaco durante il quale abbiamo spiegato quanto sia importante per i bambini, per tutti, giocare e poter socializzare con i loro coetanei. Abbiamo anche consegnato al Sindaco materiale: cataloghi di giochi inclusivi e le linee guida per la realizzazione di un parco accessibile. Io suggerisco a tutti di provare a percorrere questa strada e naturalmente di coinvolgere più persone possibili: gruppi di mamme, associazioni, quotidiani, siti internet. Spesso i Comuni non hanno soldi da investire in un parco giochi ma abbiamo tante risorse: si possono organizzare eventi di beneficenza, banchetti e chiedere a commercianti locali e istituti bancari di sponsorizzare in parte il parco giochi per tutti.|2014-07-07 10:10:04|Storie|Infanzia e adolescenza|parchi accessibili,bambini disabili,accessibilità disabili|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8109|In Italia solo 60 parchi accessibili|Toscana, un parco giochi senza barriere a Montemurlo entro il 2014|Toscana, un parco senza barriere a Montemurlo entro il 2014|in-italia-solo-60-parchi-accessibili|public://repository_plurali/2015/07/milano-4953.jpg|L’ultima indagine Istat sulla disabilità risale al 2010 e l’unico paragrafo in cui si parla di bambini fa riferimento alle barriere architettoniche nelle scuole italiane. Sì, perché come denuncia l’Unicef nel suo rapporto “Bambini e disabilità 2013”, i bambini con disabilità sembrano quasi non esistere nelle statistiche ufficiali: i pochi dati disponibili sono poco aggiornati, disomogenei e fanno quasi esclusivamente riferimento alla loro presenza negli istituti scolastici, come se i bambini disabili fuori dalla scuola non esistessero.

In Italia gli studenti disabili sono oltre 215mila (dati Miur, Ministero dell'istruzione), molti dei quali vivono con grandi difficoltà la propria vita scolastica anche a causa delle barriere architettoniche che, secondo una stima di Cittadinanza Attiva, sono presenti in almeno un’aula su quattro.

E fuori dalle aule scolastiche va anche peggio. Sempre secondo il rapporto Miur, solo un alunno su due partecipa alle attività extra-scolastiche e solo il 15% ai campi-scuola. La mancanza di politiche per l’accessibilità nega ai bambini con disabilità il diritto all’istruzione ma anche il diritto al gioco e alla socialità.

Come ci ricordano Claudia Protti e Raffaella Bedetti fondatrici del blog “Parchi per tutti” (leggi l’intervista a Claudia), tutti i bambini hanno il diritto di giocare ma purtroppo in Italia i parchi giochi accessibili e inclusivi sono una vera rarità.

Sul blog di Claudia e Raffaella sono segnalati circa 60 parchi o aree giochi accessibili, ma molti offrono in realtà solo qualche altalena accessibile, non sono stati progettati per essere davvero ‘inclusivi’ oltre che accessibili. Il primo parco giochi che in Italia nasce con questo obiettivo è quello voluto dal Comune di Jesolo che ha anche pubblicato le “Linee guida per costruire parchi giochi accessibili”.

Altri parchi si devono all’impegno di associazioni, come quello costruito a Vercelli dall’associazione Biud10. L’associazione, grazie al sostegno di alcune aziende e della Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, ha potuto raccogliere i fondi necessari (120mila euro) e costruire il parco in poco più di tre mesi, inaugurandolo lo scorso giugno.

parcoA Milano e Genova ci sono i parchi realizzati da Fish-Federazione italiana per il superamento dell’handicap e Enel Cuore con il progetto “Giochiamo tutti!”. I parchi sono stati pensati perché tutti i bambini, abili e disabili, possano giocare insieme su strutture innovative, assolutamente non in legno, con pannelli sensoriali, giochi di colori e percorsi tattili.

E in Toscana? Nella nostra regione c’è ancora molto da fare e non soltanto rispetto all’accessibilità dei parchi giochi. Grazie al monitoraggio del Crid - Centro regionale di documentazione sull’accessibilità, sappiamo che solo il 18,8% dei Comuni toscani ha elaborato e attuato i Piani per l’eliminazione delle barriere architettoniche (Peba), strumenti previsti dalla legge proprio per garantire l’accessibilità delle nostre città.

Tuttavia qualcosa comincia a muoversi: esiste un parco accessibile a Massa in via Rosselli che è nato lo scorso novembre in seguito ad un percorso di “bilancio partecipato” voluto dal Comune, dalla cui esperienza è nata anche l’associazione Dammi voce. Un parco giochi senza barriere è stato inaugurato a Subbiano (Ar) un anno e mezzo fa e una piccola area attrezzata esiste a Grosseto, mentre chi vive a Firenze può contare solo su qualche altalena accessibile, come quelle nel Parco delle Cascine e nel giardino di viale Guidoni che può accogliere anche le carrozzine. Solo 4 aree giochi fiorentine dispongono anche di bagni, vialetti e rampe accessibili.

Un parco giochi accessibile nascerà, invece, a Montemurlo, in provincia di Prato. Un progetto importante che - ci ha spiegato il geometra Luca Francioni del Comune di Montemurlo - prevede non soltanto giochi accessibili ma anche “vialetti pavimentati con percorso tattile a sistema Loges per ipovedenti, una grande panchina circolare, un ponticello in legno, fontanella acqua, recinzione, piantumazione, illuminazione notturna”.

Insomma un parco che permetterà a tutti i bambini di giocare in sicurezza e serenità. I lavori inizieranno nella prima settimana di settembre per concludersi entro i 4 mesi successivi. I nostri auguri di buon lavoro al Comune di Montemurlo!|2014-07-07 10:20:48|Non solo numeri|Infanzia e adolescenza|parchi accessibili,bambini disabili,accessibilità disabili,peba - piani eliminazione barriere architettoniche|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8116|Giochi per tutti||Iacopo Melio vorrebbe prendere il treno, alcune mamme invece vorrebbero far giocare i loro bambini|giochi-per-tutti|public://repository_plurali/2014/07/bolzano-5242.jpg|La battaglia di Iacopo Melio #vorreiprendereiltreno incontra l’attenzione dei media e l’adesioni di cittadini, politici ed amministratori. Anche il presidente di Cesvot Federico Gelli ha accolto l’invito ed ha “rilanciato” cogliendo l’occasione per ricordare ai Comuni della Toscana di attuare i Peba, Piani per l’eliminazione delle barriere architettoniche. Infatti solo il 18,8% dei Comuni, malgrado le risorse a disposizione, ha rispettato la legge ed attuato progetti per migliorare l’accessibilità delle città.

In Italia vivono oltre 4 milioni di persone con disabilità. Molti di loro sono bambini, categoria per la quale trovare dati certi, omogenei e significativi è molto difficile, anche secondo l’ultimo rapporto Unicef. Sicuramente sappiamo che gli studenti disabili sono circa 215 mila, che un’aula su quattro non è a norma e che solo uno studente su due partecipa alle attività extra scolastiche.

Iacopo vorrebbe prendere il treno, alcune mamme invece vorrebbero far giocare i loro bambini disabili nei parchi giochi, con i loro amici. Nasce così un’altra battaglia “Parchi per tutti” lanciata da Claudia Protti e Raffaella Bedetti di Santarcangelo di Romagna. La questione è la stessa. Ma la declinazione della rivendicazione è tanto ovvia quanto nuovissima: rendere accessibili ed usufruibili a tutti i parchi giochi. Anche ai bambini disabili.

Claudia Protti, nella bella intervista che pubblichiamo, ci racconta del diritto al gioco, troppo spesso negato, e della necessità di ampliare i parchi con giochi “inclusivi”. Ma ci dimostra anche che è possibile invertire la rotta dell’indifferenza che esclude e discrimina. Idee chiare, determinazione, collaborazioni fra enti, amministrazioni sensibili. Questi gli ingredienti necessari.

parcoSì, perché i giochi inclusivi esistono ed esistono anche delle Linee guida per costruire parchi giochi accessibili. Il problema è che in Italia sono veramente pochi i parchi giochi che sono stati pensati per tutti i bambini, abili e disabili (leggi Non solo numeri).
Pensate che in tutta la città di Firenze, per quello che ci risulta, esistono soltanto due altalene accessibili. Ed in Toscana bastano le dita di una mano per contare le aree gioco inclusive.

Cari Sindaci, forse le mamme di Romagna possono insegnarci qualcosa.

 |2014-07-07 10:00:13|Il tema|Infanzia e adolescenza|editoriale,parchi accessibili,bambini disabili,accessibilità disabili,peba - piani eliminazione barriere architettoniche,Federico Gelli|guccinelli|Cristiana|Guccinelli|c.guccinelli@cesvot.it
8130|La prima volta che...||La nuova campagna Avis, un gioco di memoria ed emozioni...|la-prima-volta-che|public://repository_plurali/2014/07/campagna_avis1.jpg|La prima volta che ho scritto un articolo su Pluraliweb, inaugurando questa rubrica, mi sono sentito felice, perchè attraverso il mio lavoro avrei potuto dare intuizioni alle associazioni per fare (spero) buona comunicazione, ma soprattutto perché avevo coraggiosamente vinto la mia istintiva timidezza, pubblicando e dando al lettore un testo interamente mio (come dire… oltre la professione, anche una parte di me).

La campagna Avis di cui parlo questo mese parla di “prime volte”, ma non soltanto (come potreste immaginare) nel senso fresco (e sottilmente peccaminoso) con cui si definisce la prima esperienza in cui bisogna essere in due; le “prime volte” descritte in questo spot sono ancora più intense, gioiose, fresche e coinvolgenti, come appunto la prima esperienza da donatore di sangue.

L’uso dei sottintesi, dei giochi di parole, degli ammiccamenti a sfondo sessuale è una tecnica abbastanza frequente in pubblicità, ma da qualche anno in qua questa metodologia di contatto è sempre meno utilizzata, tranne che per alcune tipologie di prodotti (soprattutto “young and sexy”).

Questo gioco iconografico-memoriale, normalmente, ottiene due risultati: da un lato risulta simpatico, ma dall’altro diventa immediatamente vecchio (come una barzelletta che si conosce già, e che non fa più tanto ridere).

“La prima volta che apri gli occhi, che vinci, che piangi, che ce la fai, che voli, che ami… la prima volta che doni.” sono al contrario contatti potenti e (proprio perché tutti diversi) difficilmente stancano o annoiano, andando a recuperare e riproporre nella mente del target emozioni sempre diverse.

campagna_avis2Inoltre, date le immagini utilizzate, molto dirette e coinvolgenti, questa campagna non si relega a parlare solo ad un target giovane-giovanissimo, ma potenzialmente a tutti, depurandosi quindi di quel giovanilismo “young and sexy” che l’avrebbe resa immediatamente stucchevole (forse, anche ridicola).

Trovo poi molto interessante la fase 2 di questo progetto Avis (la fase di envolvement/coinvolgimento) sviluppata con la richiesta di scrivere una cartolina con il proprio racconto a laprimavolta@avis.it. Oltre ad essere un potente strumento di contatto, sarà una bella fonte di ispirazione per nuovi e sempre più coinvolgenti soggetti per le future campagne.

Complimenti quindi ai creativi per il talento e l’intuizione, e complimenti anche ad Avis per il saggio coraggio.

Alla prossima, e fate pubblicità!!!|2014-07-07 10:30:31|La campagna del mese||donazione sangue,avis|locicero|Bruno|Lo Cicero|bruno.locicero@hotmail.it
8168|Happy, video sociali a suon di musica||Due video che sulle celebri note di Happy portano il sorriso e la speranza |happy-i-video-sociali-a-suon-di-musica|public://repository_plurali/2014/07/happy.jpg|Ormai da mesi Happy di Pharrell Williams imperversa sulla rete come colonna sonora di migliaia di video realizzati in ogni parte del mondo. Quella musica e la gioia che suscita hanno ispirato molti video sociali, offrendo ad associazioni di volontariato ed enti non profit un'importante occasione di comunicazione e promozione delle proprie attività.

E' questo il caso di due video toscani, esempio di come si possa parlare di temi difficili, come l'invecchiamento e il trapianto, a suon di musica e con il sorriso sulle labbra.

Il video realizzato dalla Misericordia di Firenze e Radio Firenze vede, infatti, protagonisti gli anziani della Rsa Il Bobolino che, trascinati dal ritmo esilarante di Pharrell Williams, ci mostrano ballando la loro vita tra gli spazi della residenza. Un video davvero travolgente che ci racconta una terza età attiva e un luogo molto lontano dal nostro immaginario di 'ospizio'.

A Pisa, invece, le associazioni Vite Onlus e Aido, in collaborazione con l'Azienda sanitaria, hanno girato il loro video Happy all'interno del Centro Trapianti. In questo caso a ballare sono medici, infermieri e pazienti del Centro, tra cui il piccolo Gregorio di otto anni che ha ricevuto il rene dalla mamma Morena. E poi Federico Finozzi divenuto campione del mondo ai giochi per trapiantati dopo il trapianto di fegato. Nel video anche i medici e i volontari dell’associazione Ridolina che  pratica in ospedale, e dove ce ne è bisogno, la clownterapia.

Un turbinio di musica e colori per un bel video che, come dichiara Lillo Di Puma presidente di Vite Onlus, vuol dare speranza alle persone in lista di attesa e provare a testimoniare la rinascita dopo il trapianto che in molti casi fa tornare la persona malata ad una vita normale.

E allora godiamoci questi due video e facciamoci contagiare dall'energia dei loro protagonisti!

|2014-07-10 15:44:29|News|Comunicazione sociale|aido associazione italiana donazione organi,spot donazione organi,videocomunicazione sociale,misericordia firenze,associazione vite onlus|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8188|Health Advisor: mappare il welfare di comunità|Nasce nel Mugello la prima piattaforma web per monitorare dal basso i servizi alla persona|Nasce nel Mugello la prima piattaforma web per monitorare dal basso i servizi alla persona|health-advisor-mappare-il-welfare-di-comunita|public://repository_plurali/2014/07/logo.png|Dal 14 luglio sarà online Health Advisor, la prima piattaforma in Italia per mappare e valutare il welfare di comunità, ovvero quel sistema di protezione sociale che vede insieme istituzioni pubbliche, private ed enti del terzo settore. L'idea è di Fabio Ceseri, esperto di non profit e comunicazione sociale, che ha pensato di lanciare la piattaforma per monitorare i servizi alla persona offerti nel Mugello, dove vive.

L'intento di Health Advisor è molto chiaro. In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo - spiega Fabio Ceseri - anche i servizi alla persona stanno vivendo una profonda ristrutturazione sia organizzativa che culturale. Health Advisor si propone di offrire un servizio di visibilità ai cittadini e alle strutture che erogano servizi alla persona per facilitarne l’accesso attraverso un’adeguata informazione per rendere la scelta del servizio, la più consapevole possibile da parte dei cittadini.

Grazie alla piattaforma e con l’aiuto degli utenti, sarà possibile monitorare l’umanizzazione del servizio, l’accoglienza, la pulizia o l’attenzione che gli operatori riservano agli utenti. Ma non solo. Health Advisor permetterà ai cittadini di reperire in modo semplice e veloce informazioni sull'attività e i servizi offerti dalle varie strutture socio-sanitarie presenti nel Mugello: ambulatori, studi medici, consultori, farmacie, servizi ospedalieri, servizi domiciliari. Per cominciare la piattaforma censirà solo le strutture pubbliche e successivamente quelle private che ne faranno richiesta

Health Advisor è in linea con le direttive della Regione Toscana in merito al Sistema Informativo Sociale Regionale e con l'idea di un unico sistema informativo sociale previsto dalla direttiva europea 2011/24/UE che dal 25 ottobre scorso prevede la libertà di ogni cittadino dell’Unione Europea di ricevere assistenza sanitaria in ciascuno dei 28 paesi membri.

Insomma tecnologia, comunicazione e partecipazione attiva, questi gli ingredienti di Health Advisor. Stay tuned!

 |2014-07-11 13:28:19|News|Salute|servizi socio-assistenziali,servizi alla persona,Mugello Toscana,welfare di comunità|galasso|Cristina|Galasso|c.galasso@cesvot.it
8195|Riforma del terzo settore, ora la parola al parlamento|I decreti attuativi entro 12 mesi dall'approvazione. Prevista la revisione del sistema dei Csv|I decreti attuativi entro 12 mesi dall'approvazione. Prevista la revisione del sistema dei Csv|riforma-del-terzo-settore-ora-la-parola-al-parlamento-2|public://repository_plurali/2014/07/emblema180x108.gif|Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato la riforma del terzo settore. Adesso il disegno di legge passa alla discussione parlamentare e, una volta approvato, il Governo avrà tempo 12 mesi (e non più sei come anticipato in un primo momento) per adottare uno o più decreti legislativi recanti il riordino e la revisione organica della disciplina degli enti privati del Terzo settore e delle attività che promuovono e realizzano finalità solidaristiche e di interesse generale.

Il Governo ha approvato una riforma importante che interverrà per riordinare e armonizzare il mare magnum del terzo settore, in particolare rispetto all'attività di volontariato e promozione sociale, impresa sociale, servizio civile, misure agevolative e di sostegno economico al terzo settore.

Come ha sottolineato il presidente di Cesvot Federico Gelli, si sono rispettati impegni e tempi per una riforma che tutti attendevamo da anni. Il percorso è stato celere ma condiviso ed è stato un onore farne parte. Questa riforma per la prima volta affronta temi chiave per il futuro di tutto il mondo dell'associazionismo come il servizio civile universale, il tetto al 5 per mille e l'istituzione di una Authority del Terzo Settore. E lo fa in maniera determinante. Sono sicuro che adesso è davvero possibile ripartire, portando il Terzo Settore a ricoprire il ruolo che gli spetta.

In attesa di conoscere nel dettaglio il testo di legge e le relative coperture finanziarie, ecco le novità più rilevanti che riguardano il volontariato: introduzione del servizio civile universale, stabilizzazione del cinque per mille, creazione di un registro unico del Terzo settore e razionalizzazione dei vari Osservatori nazionali. Infine la legge prevede la revisione e promozione del sistema dei Centri di servizio per il volontariato e il riordino delle modalità di riconoscimento e di controllo degli stessi.

Un aspetto quest'ultimo che desta grande attenzione da parte dei 78 Centri di servizio presenti sul territorio nazionale. Così infatti ha commentato Stefano Tabò presidente di Csvnet, l'ente di coordinamento dei Csv, cogliamo la stretta connessione tra questa previsione e l’invito, espresso formalmente da Csvnet, affinché si vada a superare l’impostazione sperimentale - dubitativa che inevitabilmente ha caratterizzato il legislatore degli anni ’90. Vogliamo pensare che, realmente, siamo alla vigilia di una convinta valorizzazione delle attitudini e delle competenze dei Centri di Servizio a favore della promozione del volontariato, nel contesto della più ampia riforma del terzo settore.|2014-07-11 15:09:34|News|Welfare e terzo settore|servizio civile,riforma terzo settore,cinque per mille,centri di servizio per il volontariato|redazione|Redazione||redazione@cesvot.it
8204|Dai parchi giochi ai treni: l'impegno di Cesvot per l'accessibilità||In questi giorni Cesvot sta sostenendo due importanti battaglie per l'abbattimento delle barriere architettoniche |dai-parchi-giochi-ai-treni-limpegno-di-cesvot-per-laccessibilita|public://repository_plurali/2014/07/gelli-federico-vorrei-prendere-il-treno.jpg|In questi giorni Cesvot sta sostenendo due importanti battaglie per l'accessibilità: quella lanciata da Iacopo Melio #vorreiprendereiltreno e quella di Claudia Protti e Raffaella Bedetti per parchi giochi accessibili a tutti i bambini, a cui abbiamo dedicato un approfondimento su Pluraliweb.

Due battaglie di civiltà che il presidente di Cesvot e deputato Federico Gelli ha portato anche in Parlamento con  un'interrogazione in cui chiede conto al Governo e ai ministri competenti della mancata applicazione dei Peba - Piani per l'eliminazione delle barriere architettoniche e delle norme per l'accessibilità così come previsto dalla legge, in particolare rispetto ai luoghi pubblici e alle stazioni, anche quelle impresenziate.

Credo che sia opportuno – spiega Federico Gelli - adottare inoltre un tavolo di monitoraggio dell’accessibilità allo scopo di coinvolgere enti locali, soggetti gestori del trasporto pubblico e associazioni di volontariato, per individuare le criticità e risolvere il problema dell’accessibilità al sistema dei trasporti per le persone con disabilità. Infine sarebbe necessario provvedere ad una ricognizione delle amministrazioni pubbliche e dei comuni che abbiano adottato il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche e applicare le sanzioni previste dalla legge nei confronti delle amministrazioni inadempienti”.

In Toscana, infatti, soltanto il 18,8% dei Comuni ha applicato i Peba e solo 9 Comuni su 287 hanno parchi giochi accessibili a tutti i bambini. Sul fronte ferroviario, invece, sono solo 25 le stazioni toscane senza barriere architettoniche, senza contare che molti treni e autobus non sono accessibili o lo sono solo parzialmente e quindi la persona disabile non può muoversi in modo autonomo, così come ha denunciato il giovane Iacopo Melio.

Grazie alla campagna lanciata da Cesvot però qualcosa comincia a muoversi. Prima Repubblica e poi Tirreno, Nazione e l'agenzia Redattore Sociale hanno ripreso e rilanciato la denuncia di Cesvot e del presidente Federico Gelli. Così alcuni Comuni, come Prato, Firenze e Castelfiorentino, hanno dichiarato il loro impegno a migliorare l'accessibilità di parchi e luoghi pubblici.

Naturalmente la campagna di Cesvot continua e invitiamo tutte le associazioni a segnalare progetti e iniziative che abbiamo lo scopo di migliorare l'accessibilità, in particolare di parchi giochi e trasporti.

 

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