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Quello che i dati e le statistiche sul ruolo delle donne nel volontariato ci mostrano, è a tutti piuttosto evidente: gli uomini costituiscono ancora la maggioranza tra i volontari e le asimmetrie di genere che si rilevano nella struttura dei ruoli sociali della nostra società, si riflettono anche nelle organizzazioni di volontariato (odv). Il dato emblematico che viene più spesso citato è quello relativo alle donne dirigenti e alla presenza delle donne negli organismi decisionali – che ovviamente non rispecchia affatto i numeri e le potenzialità della componente femminile. Ma la questione è più complessa di quanto non sembri e chiama in causa più profonde interrelazioni tra essere donna e essere volontarie.

Una recente indagine Cesvot che si è chiusa pochi mesi fa mostra come a partire dalla metà degli anni ’80, fino alla metà del decennio scorso circa, le odv in cui la componente femminile era prevalente (cioè dove le volontarie costituivano più del 50% sul totale dei volontari) erano in numero più consistente rispetto a quelle dove prevalevano i volontari. Questa situazione, come si può notare, ha ribaltato demograficamente e culturalmente la struttura di genere delle odv, in cui la componente maschile era prevalente in tutti i settori di impegno (vedi tabella).

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Questo non significa che, complessivamente, il numero delle volontarie abbia sorpassato quello dei volontari, ma che in moltissime organizzazioni, le donne siano state (e in gran parte siano anche attualmente) la componente volontaria predominante. Dati ulteriori mostrano che queste organizzazioni evidenziano un maggior dinamismo organizzativo, una maggiore disponibilità a fare rete e a stringere rapporti di collaborazione con altri soggetti del terzo settore ed istituzionali, ed inoltre mostrano una più spiccata tensione etico-politica.

In sintesi, le odv dove la componente femminile è prevalente, mostrano una più evidente combinazione dei caratteri tipici della “modernità” (il dinamismo e l’innovazione; il fare rete; la vicinanza istituzionale) con quelli della “originarietà” (la tensione etico-politica) dell’azione volontaria, producendo così modelli di volontariato non polarizzati, ma armonizzati in nuove combinazioni e soluzioni.

Cristina

Tuttavia, nei tempi a noi più recenti, si registra un riequilibrio nella composizione di genere delle organizzazioni toscane, soprattutto con riferimento alle odv che operano in ambito socio-sanitario (che sono anche quelle con un maggior numero di volontari), processo che probabilmente può esser ricondotto agli effetti della crisi economica che impone un maggior impegno femminile nel mercato del lavoro e nella cura dei soggetti più vulnerabili e deboli – cosa che produce una maggiore discontinuità nella partecipazione sociale.

Questo si evince anche dalla combinazione di due dinamiche demografiche importanti: da una parte, infatti, il numero dei volontari e delle volontarie anziane negli ultimi dieci anni è più che raddoppiato (in rapporto alla popolazione della medesima età), e dall’altra non è diminuito quello dei volontari giovani, dove almeno fino all’età di 44 anni le donne sono prevalenti.

In altre parole, la fascia di popolazione femminile più “a rischio” rispetto alla possibilità di partecipare attivamente al volontariato è quella che già svolge la “doppia carriera”: quella nel mercato del lavoro e quella nel contesto familiare: in questo caso, una “terza carriera”, quella nel volontariato, diventa davvero insostenibile.

Ed è proprio su questo punto che il volontariato dovrà svolgere un’azione di tipo soprattutto culturale se vorrà evitare di contribuire anch’esso a riprodurre asimmetrie di genere (e non solo di genere).

Nella foto in alto Anna Maria Manfriani e Anna Trecci, volontarie del Banco Alimentare della Toscana. In basso Cristina Dragonetti, Misericordie di Empoli.
 

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